L’oratorio di Natale

L’oratorio di Natale
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La prima cosa che Victor Nordensson, musicista di fama internazionale, decide di fare appena arrivato in hotel è telefonare al figlio. La cittadina in cui è appena approdato è al limite di una provincia sperduta, lontana da quella che ora considera casa. Nella stanza non c’è la televisione, la neve fuori dalla finestra continua a scendere fitta, un freddo glaciale e il nulla o quasi intorno; un solo cinema, almeno da quello che Victor ricorda di quando era bambino. Sunne è il suo posto d’origine, ed è davvero un paese della provincia più profonda, e il bambino all’altro capo del telefono, dall’alto della sua casa di città, non riesce a capacitarsi del perché il padre debba essersi andato a trovare un lavoro proprio in quel posto sperduto. Ma in quel posto sperduto Victor ci è nato. E ci torna ora dopo trent’anni, ha accettato di dirigere un’orchestra di dilettanti nell’Oratorio di Natale di Bach. Un’impresa che ha del paradossale, per un’artista affermato come lui: portare la carriera così tanto indietro, a che pro viene da chiedersi. Il musicista, ormai deciso a riaprire i conti con il passato, deve affrontare il posto e la gente che ha letteralmente abbandonato. Così si dirige verso la chiesa, posto deputato alle prove, il passo che risuona nella neve e nella memoria lento e adulto e insieme bambino verso il cimitero nel quale faceva lavoretti con l’amico Egil Esping. Ed eccolo lì a spalare neve Egil, capo scoperto e capelli unti cappotto nero e pantaloni scuri, sempre nel posto dove l’aveva lasciato, a raccontargli quello che in tre decenni è successo. Nulla, forse qualche fallimento, qualche lutto. Ma le prove l’aspettano. Con il senso di colpa in petto ma senza pentirsi di aver accettato l’incarico, Victor apre la prima sessione di approccio all’opera. Tre generazioni di uomini, Aron, Sidner e ora lui, per elaborare un lutto, il lutto per la meravigliosa Solveig, che è il vero motivo del ritorno a casa…

L’oratorio di Natale arriva nel 1983 a completare il “ciclo di Sunne”. Dopo la parentesi di Lettera dal deserto (1979), romanzo quasi surreale nel quale il figlio di Dio narra in prima persona il periodo della sua adolescenza ‒ lo scrittore svedese ritorna a narrare di Sunne, dopo i primi racconti I santi geografi (1973) e Le figliocce (1975) e nel 1976 il romanzo autobiografico Il figlio del pastore. Göran Tunström, autore dalla rara potenza immaginifica ed estro visionario, torna alla serie di racconti dedicati alla sua città, alla quale in qualche modo ogni suo racconto, anche fuori dal ciclo che ne porta esplicitamente il nome, è legato. Sunne è l’utero che porta al mondo ogni suo personaggio, così vede la cittadina l’autore del realismo magico nordico contemporaneo. E questo romanzo, una saga familiare formata da un assemblaggio di episodi e insieme di diversi livelli di linguaggio e citazioni dalla grande letteratura, decreta il suo successo anche fuori dai confine locali e gli vale il premio letterario del Consiglio nordico. Una vita segnata dalla perdita del padre quando era molto giovane, figura alla quale era particolarmente legato, porta il romanziere a concedere un ruolo di tagliente e profonda intesità al senso di perdita, alla mancanza come sensazione che giace al fondo di ogni altro sentimento. Ma non è una tristezza monocorde, un senso di imprescindibile disfatta che traspare dai romanzi di Tunström. Il linguaggio agile, la visionarietà, la fantasia e le riflessioni fresche, i personaggi che si muovono tra la realtà della terra e l’etereo della neve da fiaba nordica, fa della sua produzione, e di questo romanzo tra gli altri, un gioiellino di incastri, incroci di vite tutti da attraversare, da passeggiare chiusi nel bavero del cappotto.



 

 

 

 
 
 
 

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