L’osteria dei passi perduti

Il modo migliore per arrivare a Capodistria è farlo lentamente, passando per le antiche saline di Muggia, le cui vestigia rimangono a testimoniare del lavoro durissimo con cui l’uomo ha strappato per secoli al mare “l’oro dorato”. Da Muja, dove la lingua friulana si è tinta di sfumature marinare, si prosegue passando per San Saba, dove la memoria dell’orrore non riesce a sopraffare quella della fragranza del pane più buono del mondo, dal nome allusivo, le bighe che per secoli le donne hanno impastato con amore quasi lubrico. L’imperatrice Maria Teresa ha loro conferito la Corona dell’Impero e le meravigliose pagnotte hanno incessantemente valicato le montagne, conosciute da Zagabria a Cracovia, ma il luogo più significativo in cui sono arrivate è stato, nel 1943, l’Ospedale partigiano di Cerkno, nel cuore della Slovenia, iniziando una tradizione di resistenza che dura fino ad oggi. Quel pane, sopravvissuto ai fascisti, è ormai clandestino come i partigiani di allora, confinato al passaparola tra pochi intimi da protocolli e burocrazia. La strada per Capodistria, tra uno sconfinamento e l’altro prosegue fino all’osteria “Slavcek”, il primo dei molti luoghi dell’anima di questo viaggio zingaro. Sono luoghi scoperti lungo il cammino di una vita, in cui si entra per la prima volta magari per caso per ripararsi da un temporale che sembra aver cancellato dai dintorni tutti i riferimenti spazio temporali. Non perdere l’orientamento sul Carso, si vaga alla ricerca di segni che consentano di distinguere Pliskovica da Kosovelje , da Coliava, mentre, come accade ad Angelo sembra di essere precipitati in una landa infestata dai fantasmi che su quelle terre si sono battuti: l’armata perduta dell’esercito ungherese sembra affollarsi fuori dai finestrini dell’automobile preda delle temperie, non una luce in vista, non uno slargo per fare inversione, finché, forzato a uscire dall’auto e affrontare il fango e il vento, reduce da una caduta, vede in lontananza l’insegna di un’osteria. L’ingresso nella sala calda gli riserva l’accoglienza speciale che questi luoghi dedicano solo ad avventori privilegiati: gli erranti, gli esuli, gli assassini, i fuggiaschi. È un’accoglienza senza domande, che nulla chiede ma offre tutto: il calore di un focolare, l’offerta di togliersi i vestiti bagnati, una risata grassa e soprattutto il conforto del cibo di Janoš e delle mani sicure di Anja, che ne ha spogliati tanti di uomini, essendo la figlia del becchino del paese. Janoš coi suoi modi spicci è l’archetipo dello zingaro, tanto che si fa chiamare Cigan e ha il linguaggio ruvido dei friulani, alterna epiteti come “italiano” a blasfemie come “dimonio cristiano”, canta suonando il Citar e all’improvviso la stanza si riempie delle storie di Ferenz e di Sonja, figlia bellissima di Slovenia e le sue parole, come quelle di Omero hanno viaggiato di popolo in popolo, da Leopoli a Maribor, a Buda e mentre calano nella stanza l’Italiano non è più un foresto, ma lentamente si accorge di essere diventato parte della storia dell’altipiano, una storia cementata dal sangue e celebrata dal Terrano condiviso in un’osteria che è destinata a diventare uno dei luoghi dell’anima. Si tratta di luoghi magici, ai quali l’anima anela tornare non solo per ritrovare i profumi meravigliosi delle mineštre, delle juhe, dei golaž, ma per rivivere ricordi incantati come gli occhi verdi di Danka, o il profumo di vero amore che ha solo un piatto di vampi condivisi…

La condivisione è la formula alchemica, l’abracadabra che fa da sottofondo ipnotico a questo viaggio pigro, tortuoso, nella terra incantata dell’ospitalità di montagna che prende forma dai ricordi di Angelo Floramo. L’osteria dei passi perduti, riproposto dall’editore in una nuova edizione arricchita da un racconto inedito, è una sorta di scrigno che conserva vite piccole ma preziose come gioielli che Angelo Floramo apre per condividerne la bellezza col mondo. La condivisione è ciò che marca la differenza tra le genti di Floramo e tutte le altre genti; ha collezionato incontri e sono uno più speciale dell’altro e lo ha fatto con la passione e la metodica attenzione per ciascuno di essi che solo uno storico come lui può avere: dal collega che le fatiche di una commissione di maturità gli hanno fatto incontrare durante una trasferta nel Casentino, al pragmatico Bernardo, uomo solido, preciso, col quale condivide una visita notturna alle Tùmbare di Mereto… Gli uomini e le donne che popolano le terre ricche ed ospitali alle quali solo si può accedere attraversando la soglia delle osterie giuste, quelle un po’ senza tempo, quelle che come a Sernaglia, mostrano sfacciatamente i fianchi al Duomo, sono quasi archetipi, danno l’impressione di essere lì dai tempi di Cadorna. Sia che raccontino delle mazzate tra talien e striaci, sia che piangano sul bombardamento di Belgrado del 1999, Andrea, Mario, Goffredo e tutti gli altri uomini e donne che l’autore ci presenta lungo il cammino, hanno una sorta di saggezza atavica, spesso distillata come i loro alcolici, condivisa, che si beffa dei confini come nella più illustre tradizione montanara, che li porta a intuire che ciò che accomuna davvero i popoli della montagna è “sempre la povertà, perché è quella che ti permette di comprendere la carne degli altri, che come la tua è fatta di terra”.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANGELO FLORAMO



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