L’ottava vibrazione

L’ottava vibrazione

Massaua, Eritrea. Gennaio 1896. Il signor Vittorio Cappa si allenta il nodo della cravatta e batte l’unghia del pollice contro la superficie del colletto inamidato. È una giornata calda, infernale, la città sembra cuocere sotto il sole. Vorrebbe andarsene in giro con i sandali e una futa di cotone attorno alla vita. Ma non può perché lui è lì per un motivo preciso: è un commesso coloniale di prima classe e sta aspettando un piroscafo. Viene pagato ben due lire e centosessanta centesimi al mese per fare il suo lavoro. Per fare la Magia, ovvero far sparire le cose. Scarpe, cappelli, pezze di lino, cognac, vino, latte in polvere, legname, marmo, sementi, attrezzi agricoli, reti da pesca: tutto ciò che non è di stretta pertinenza dell’amministrazione militare della Colonia Eritrea, quando passa per le sue mani, smette semplicemente di esistere. Vi sono due fattori a diluire l’impressione di fare qualcosa di disonesto: primo, glielo ha ordinato il Cavaliere, il capo di gabinetto di un sottosegretario al ministero degli esteri; secondo, tutta quella roba, in realtà, non è mai esistita: è stata regolarmente registrata e pagata dall’amministrazione coloniale ma nessuno l’ha mai realmente acquistata, gonfiando le fatture. Succede questo nella colonia italiana, ma non solo. C’è il capitano Branciamore che, come molti italiani lontani da casa, s’innamora di Sabà, una donna bilena bellissima, la sua madama. Ma non può dirlo a nessuno, perché in Italia il capitano ha una moglie e una famiglia. Il brigadiere Antonio Maria Serra dei Carabinieri Reali, invece, in Eritrea c’è finito di sua spontanea volontà. È partito da Firenze dopo essersi messo in aspettativa; si è arruolato nel Regio Esercito Italiano ed è partito per mettersi sulle tracce di un uomo, l’inetto maggiore Flaminio. Un assassino di bambini. Nel frattempo, l’esercito si prepara a sferrare l’attacco agli abissini guidati dal negus Menelik II. La battaglia finale si combatterà nei pressi di Adua, in Etiopia, e l’Italia subirà una vera e propria disfatta…

L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli è un romanzo completo, complesso. Un romanzo che parla d’amore, di guerra, di morte, di assassini, di puttane, soldati, carabinieri, faccendieri e di una delle peggiori sconfitte che l’Italia – e il colonialismo europeo – abbia mai subito nella sua storia: la battaglia di Adua del 1896, che segnò di fatto la fine della politica coloniale italiana con un massacro di oltre settemila soldati e rappresentò una sorta di triste preludio a ciò che sarà la storia del nostro Paese nella prima metà del Novecento. È questo lo spunto da cui parte lo scrittore di Parma per creare un universo magico costituito da numerose microtrame che s’intrecciano, a volte senza mai toccarsi. Vi è l’indagine non autorizzata del brigadiere Serra, a caccia di uno spietato e sadico assassino di bambini: un insospettabile maggiore dell’esercito. La storia di Vittorio Cappa, commesso coloniale che in un certo senso si vergogna della propria attività ma proprio in quella terra così lontana cerca una propria personalissima redenzione. E poi ci sono le storie dei soldati dell’esercito, il loro inesorabile destino. Il tutto raccontato con una scrittura franta, irregolare, che alterna, anche all’interno dello stesso periodo, l’uso del presente e del passato remoto, quasi a voler sfidare il lettore, a tenerlo incollato alle parole che danzano sulla pagina. Perché di questo si tratta: di una danza linguistica in cui ogni personaggio parla il proprio idioma; di un’esplosione espressionistica in cui lingua e dialetto (tigrino, francese, arabo, veneto, umbro, toscano, milanese) si fondono e si fanno specchio del vissuto, portatori di cultura. Con L’ottava vibrazione, uno dei suoi romanzi migliori, Lucarelli si discosta dunque dalla serialità, confrontandosi con un’opera strutturalmente complessa, diversa dai suoi lavori precedenti, di ampio respiro, che si alimenta attraverso un coro di personaggi che si muovono in un tempo sospeso, immoto, in un disordinato climax che solo nelle pagine finali trova compimento e catarsi. Un libro che lascia il segno.



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