L’ottico di Lampedusa

L’ottico di Lampedusa
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L’ottico si chiama Carmine Menna, ma in realtà noi non lo sappiamo. Quello che sappiamo, invece, è che ha una sessantina d’anni, vive stabilmente a Lampedusa con sua moglie Maria, è moderatamente soddisfatto del successo del suo negozio, della bellezza mai sfiorita della donna che ama da decenni, dei due figli che vivono nella sua città di origine, Napoli. E che ama le sue giornate fatte di lavoro, corsa mattutina per tenere in forma un corpo che non ha ancora ceduto di un millimetro ai danni dell’età, soste al porto per comprare il pesce dai pescatori di ritorno, uscite con i suoi più cari amici:Matteo, Francesco, Gabriele, Giulia, Teresa, Elena. Sono quattro coppie di amici di lunghissimo corso e anche se solo l’ottico e sua moglie vivono stabilmente a Lampedusa, gli altri ci trascorrono parte dell’anno. È ottobre, e una tradizione consolidata vuole che tutti e otto facciano un’ultima uscita a mare col “Galata”, la barca di Francesco, il patriarca del gruppo, prima di salutarsi fino all’anno successivo. Non c’è niente di più bello che svegliarsi all’alba in mare aperto e giacere pigramente in cuccetta a godersi il rollìo prima di fare un caffè, anche se stavolta la pace è rotta da urla insolitamente stridule e fastidiose. Nell’istante in cui si trascina fuori per controllare quante centinaia di gabbiani si siano dati convegno attorno alla barca per rovinargli il risveglio, l’ottico non immagina che quell’alba sarà la più tragica della sua vita. Il mare brulica di corpi umani a perdita d’occhio: ce ne sono centinaia, forse cinquecento, sballottati fra le onde, braccia alzate, visi esausti che urlano, piangono, alcuni spariscono lentamente. Carmine capisce immediatamente che per quanto loro si diano da fare non potranno salvarne molti, che diventeranno i “padreterni” che decideranno chi vivrà e chi morirà, ma agiscono alla cieca, afferrano mani e corpi scivolosi di nafta, ne tirano su quanti più possono, fino all’arrivo della guardia costiera, finché la linea di galleggiamento del “Galata” non è spaventosamente vicina al pelo dell’acqua, fino a che non viene loro ordinato di tornare in porto per non mettere a rischio i quarantasette che hanno a bordo e loro stessi. È da quel momento che inizia il vero incubo per Carmine, Maria e gli altri: sentono di avere con quelle persone un legame forte, vorrebbero seguire i destini dell’unica ragazza, del ragazzo nudo che si è fatto un paio di braghe con la t-shirt rosa di Maria e di tutti gli altri che hanno issato a bordo, ma le regole ferree del campo di accoglienza vietano loro ogni avvicinamento. Li rivedono tutti insieme solo una volta, il giorno in cui il Comune organizza il funerale dei loro compagni di viaggio, ed è come riabbracciare dei figli, tra loro fluiscono emozioni profonde, senza parole si dicono che le loro vite sono ormai intrecciate, nessuno potrà mai dimenticare l’altro…

È molto brava Emma-Jane Kirby, pluripremiata documentarista della BBC, nel raccontare le emozioni di questi otto comuni cittadini che fino a un certo giorno di ottobre avevano sogguardato titoli di giornale, orecchiato notizie, ma non si erano mai soffermati a riflettere sul centro di accoglienza a pochi passi da casa, sul ragazzo inginocchiato davanti alla chiesa con una latta in mano. È estremamente abile nel ricostruire i pensieri, le ansie, i tormenti dell’ottico, gli incubi suoi e di sua moglie, popolati delle mani che non sono riusciti ad afferrare, delle grida che non hanno raggiunto le loro menti sopite prima dell’alba. La parte più commovente de L’ottico di Lampedusa non è il pur bellissimo legame istantaneo che si crea tra queste otto persone e le quarantasette che hanno soccorso, ma la brutalità del loro risveglio, l’impatto che questo evento avrà sulle loro vite. Emma-Jane Kirby è riuscita a cogliere senza caricarlo di alcuna enfasi o spettacolarizzazione il tratto principale dei due popoli che si incontrano ormai da anni in Sicilia e nelle sue isole: quello disperato dei migranti e quello di coloro che si sono trovati a rivestire loro malgrado il ruolo di custodi delle porte di un agognato paradiso. La Sindaca, i pescatori, i sommozzatori, il becchino che da anni seppellisce corpi anonimi nell’ormai saturo cimitero, hanno una carica di umanità che da sola riesce a compensare la disumanità di un intero continente. Non si seppelliscono corpi, non si sciorinano numeri, non si recrimina, ma si organizzano veglie, si dà alle persone l’opportunità di piangere i propri cari e si piange insieme a loro, in questa piccola isola della quale, secondo alcuni, i migranti hanno “rovinato la vocazione all’accoglienza turistica”. La magra consolazione che rimane ad asciugare le lacrime versate nel leggere è la sensazione che l’unica fortuna capitata a queste persone che “la vita ha privato di un futuro e la morte ha privato di un’identità” sia stata di morire al largo di Lampedusa, un luogo che li ha accolti e pianti come figli. Basta provare ad immaginare la beffa crudele che avrebbero subito se l’Italia fosse stata capovolta e avessero finito i loro giorni in una terra ostile e respingente, per apprezzare lo sforzo smisurato messo in campo da una piccola isola che, come il “Galata”, ormai scricchiola sotto il peso dei corpi che ha accolto, ma si rifiuta caparbiamente di lasciare andare anche una sola delle mani che si protendono per essere afferrate.



 

 

 

 
 
 
 

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