L’uccello padulo

L’uccello padulo

Ha ventiquattro anni e molti più Rolex, che custodisce in un armadietto che è ben più grande di un normale box doccia. È il figlio di una contessa e di un architetto di celebrità planetaria, vive ai Parioli, nel quartiere chic per antonomasia di Roma, dove c’è un solo autobus, il 53, che prendono esclusivamente – non sia mai! – i domestici, in una costruzione che lui e la famiglia chiamano il Palazzo, per distinguerla dalla Villa di Porto Cervo, dallo Chalet di Saint Moritz e dall’Appartamento di Miami. È il padrone del mondo, più o meno: eppure adesso Billo, al secolo Gianandrea Ludovisi, il più ricco, viziato, vizioso, nobile, affascinante e coraggioso di tutta la sua cerchia altolocata e straricca, è solo. E per di più quasi nudo, senza un soldo, strafatto, abbandonato in strada dopo l’ennesimo rave finito male e prima del previsto perché uno dei suoi partner in crime ha avuto la brillante idea di litigare con uno spacciatore, e quindi lui ha dovuto interrompere il coito con una bella ragazza assai disponibile, solo perché se l’è fatta addosso nella macchina – roba che quelli come loro potrebbero cambiarne come le mutande, che sarà mai… ‒ di uno dei suoi due più cari amici, o presunti tali, visto che non gli risulta, da quel che ha sentito dire, che gli amici si comportino proprio così in genere…

Il protagonista del romanzo è Gianandrea Ludovisi, ma tutti lo conoscono come Billo. Madame Sophie, la trans, all’anagrafe Ciro, amica intima di Madame Pompatù, che salva e da cui viene salvato a sua volta, però vede in lui, o meglio, quantomeno di primo acchito, nel suo bel membro grosso e maestosamente eretto (chi l’avrebbe mai detto che il procedimento retorico della parte per il tutto, meglio noto come sineddoche, potesse applicarsi anche alla vita reale?), il mitico uccello padulo di tante storielle piuttosto sboccate, quello che vola sempre a una determinata altezza, che fa rima, e che soprattutto punta inesorabilmente in ogni occasione verso nord come se si trattasse dell’ago magnetico di una bussola che funziona in modo perfetto. Gianandrea ha tutto, anzi, più di tutto, eppure all’improvviso si ritrova a non avere più niente, e a dover quindi ricominciare la sua vita daccapo. E si rende conto che gli piace eccome: dopo anni passati a dire e fare sempre le stesse cose ‒ convinto che tutto abbia un senso ma in realtà essendo ignaro pure del motivo per cui si alza la mattina dal letto ‒ e trascorsi a dilapidare capitali, sniffare coca, fare sesso occasionale e molto altro ancora, l’imprevedibile accade, il cambiamento lo induce a ragionare, a comprendere che l’esistenza che ha conosciuto non era altro che una farsa, una prova generale per la fatica di essere felici. Giovanni Lucchese, che padroneggia l’arte della scrittura con abilità e cura, che sa tracciare ritratti vividissimi della più varia umanità, in tutti i suoi aspetti, senza la benché minima traccia di moralismo, fa riflettere, non mancando di lasciare che il lettore si sbellichi dalle risate, sull’ipocrisia miserabile e imperante nel nostro mondo sempre più contraffatto e rovesciato, dando vita a una carnascialesca e assai gustosa commedia umana.



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