L’ultima avventura del pirata Long John Silver

L’ultima avventura del pirata Long John Silver
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Jim Hawkins era imbarcato sulla Hispaniola quando il pirata Long John Silver, dopo aver rubato un sacco pieno di monete che apparteneva al tesoro del Capitano Flint, fuggì dalla nave, con grande sollievo di tutti. Jim ci ha messo tempo a liberarsi del fantasma di Barbecue ‒ soprannome pittoresco ed trucemente evocativo affibbiato a Silver ‒ e a costruirsi una vita agiata e tutto sommato normale. Un giorno il Capitano William Cunningham gli recapita un imponente manoscritto, dice che è la vita di Long John Silver, scritta di suo pugno prima di saltare in aria col suo fortino. Hawkins pubblica la storia, che riscuote un certo successo di pubblico e a lui garantisce ottime rendite. E poi, in tutto questo, c’è una rassicurazione enorme: Silver è morto. Non c’è più niente da dire. Se non fosse che un vecchio marinaio di ritorno dall’Africa recapita ad Hawking un altro manoscritto firmato Long John Silver. Nella lettera di accompagnamento il pirata lo informa di volergli fare omaggio di un’altra storia, forse l’ultima, forse chissà, solo per informare il mondo che lui è ancora vivo, “un istruttivo episodio della mia vita che mostra cosa può succedere ai gentiluomini che credono a tutto quel che sentono raccontare, per avidità e ambizione”. Un’altra avventura che inizia con due uomini in fuga: Herman Dyssel un ammutinato, e Charles Barrington, un negriero pieno di debiti e di gente alle calcagna che vorrebbe vederlo morto. Forse, anche Long John Silver…

Larsson, con questo nuovo capitolo sull’epopea di Long John Silver, riprende la storia più o meno da dove l’aveva lasciata in La vera storia del pirata Long John Silver. Sfata il dubbio che forse ha attanagliato migliaia di lettori davanti a quell’ultimo episodio visto attraverso gli occhi dell’Ammiraglio Cunningham che salpa in tutta fretta contestualmente all’esplosione del forte. Se allora ci fossimo chiesti che cosa ne era stato di Barbecue, ecco, Larsson si preoccupa di svelarcelo e di rassicurarci. Lui è vivo. Il titolo ci fa subito venire l’acquolina in bocca: forse che Long John prende nuovamente il largo e si imbarca in altre avventure piratesche, razziando e seminando il panico lungo le rotte mercantili? No, il Long John che ritroviamo non ha più l’età per queste cose. Si limita a godersi la sua vecchiaia in Madagascar, a giocare con le pietre preziose, a pensare al contrabbando e alla sfolgorante vita che fu, circondato da un gruppo di ex schiavi. Ecco, mettiamo da parte l’idea romantica del pirata alle prese con le sue scorribande e pensiamo, piuttosto, ad un crudele e sadico vecchietto in pensione, con un macabro senso dell’umorismo ed un innato sarcasmo che non perde il vizio e il gusto di esercitare i suoi passatempi preferiti, di seviziare come e quando può quei malcapitati che non gli vanno a genio. Questo secondo episodio non ha l’intensità, la densità e il carisma del primo atto; non ha la sua brillantezza e non scoppia di colpi di scena, arrembaggi, fughe rocambolesche, cannoneggiamenti e abbordaggi. Qui Barbecue non fa così tanta paura. Ne fa di più Jack, il suo braccio destro, ex schiavo con ancora vivo nella memoria e sul corpo il trattamento subito in anni di sfruttamento e con una gran sete di vendetta. Per quanto i personaggi siano ben caratterizzati e i dialoghi dalle battute serrate e tese tengano viva la narrazione, sembra che Larsson abbia buttato giù la storia in fretta e furia al solo scopo di rispondere a tutti quei lettori apprensivi che sull’ultima pagina del primo episodio proprio non si sono rassegnati all’idea che il celebre e temutissimo pirata abbia fatto la fine del pollo, tumulato nel suo stesso forte. Infatti manca tanto l’articolazione di una storia più strutturata e la parola “avventura” trae un po’ in inganno. Ciononostante, Silver resta Silver, orgoglioso, tagliente, astuto e anche un po’ incazzato. Con il suo secondo manoscritto vorrebbe che la sua immagine rifulgesse ancora di quel terrore che emanava in gioventù; sembra non rassegnarsi all’idea che il mondo lo creda morto. Vuole dare ancora un’altra prova del suo vigore, una testimonianza della sua intramontabile cattiveria. E lo fa andando al cuore di un tema: ci comunica, dall’alto della sua discutibile moralità, tutto il disprezzo per la tratta degli schiavi, per i mercanti senza scrupoli, per il commercio di carne umana. Il suo fascino, per questo e per quella sottile abilità felina di giocare col topo, resta immutabile, il suo mito intramontabile. La canaglia senza una gamba ci trascina sempre dalla sua parte, ci fa fare il tifo per lui, per i suoi ex schiavi; ci fa considerare giusto e dovuto tutto quello che fa, fosse anche scorticare un negriero. Ci obbliga ad essere politicamente scorretti ed è questo, ancora una volta, che lo salva dall’oblio. Non c’è forte che possa esplodere. Long John Silver vive.



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