L’ultima favola russa

La Russia negli anni del regime sovietico: da quello di Stalin, crudo e violento, fatto di gulag e povertà, agli anni della distensione. Il tempo della storia è così, quello che va dalla fine degli anni Trenta ai pieni anni Sessanta. Nel 1938 il giovane Leonid Kantorovič, futuro premio Nobel per l’Economia, pensa durante un viaggio in tram a come potersi comprare un paio di scarpe e a come ottimizzare la produzione di compensato; nel  1959 Nikita Krusciov, mentre sorvola l’Oceano Atlantico per recarsi a Washington per la prima volta, pensa a come evitare un incidente diplomatico che invece è inevitabile. Col passare degli anni, altri personaggi, spesso fittizi, prendono piede nella vicenda, persone come Galina, Zoya, Fyodor, Emil, che credono al futuro della Grande Madre Russia, al “radioso avvenire” che è sempre sul punto di arrivare ma non arriva mai davvero. E non arriverà fino a quando il fallimento farà parte integrante della propria vita e della cultura del proprio Paese, e la consapevolezza della propria sorte una realtà da accettare fatalisticamente. Ma come ogni fiaba che si rispetti il “c’era una volta” deve, o in questo caso dovrebbe, condurre a un “… e vissero tutti felici e contenti”...
Con L’ultima favola russa, Francis Spufford ha vinto il premio Orwell Prize nel 2011. Un’opera, questa, magica e straordinaria, che mescola narrativa e saggistica con una verve brillante affrontando il delicato quanto intricato racconto della storia dell’Unione Sovietica e della sua economia. Ma l’originalità dello sguardo di questo studioso britannico, docente al Goldsmiths College di Londra, sta non tanto nei dettagli storici quanto in quelli ideologici e in particolare nell’analisi del sogno di un’idea che non si è mai realizzata. Personaggi reali e fittizi hanno in comune una inverosimile ingenuità: credere che quel Paese, con quella politica, avrebbe potuto avere un futuro prospero, felice, fatto di progresso e ricchezza. Al contrario, quella grande potenza industriale, così come la scena della sua politica, si sarebbe rivelata fallimentare sotto molti aspetti e per varie ragioni. Con grande ironia e uno spirito narrativo profondamente semplice, Spufford ha l’abilità di rendere leggero e scorrevole uno dei temi più complessi del Novecento, e uno dei più dolorosi. I nostri protagonisti credono a quello che vien loro detto, credono nella loro patria e nel loro governo con una tale forza da rasentare l’idiozia. Ma il tono di Spufford è quello della favola alla quale si fa riferimento nel titolo, e la forza è quella di trovare la comicità negli angoli più inaspettati, il grottesco nei toni più seriosi. Una tragedia che si dipana e si consuma fra dettagli storici e pensieri intimi di personaggi realmente esistiti costruiti come fossero quelli irreali di un racconto di fiction, di una favola per bambini (Kantorovič ricorda nei toni uno di quegli scienziati ingenui e testardi, però geniali, di quegli sciocchi e zuccherosi film della Walt Disney degli anni Sessanta, pensiamo al Ned Brainard di Un professore tra le nuvole)  e personaggi di fantasia che sembrano invece usciti da un saggio biografico. Un risultato finale eccezionale che affonda la sua tradizione nella letteratura russa e nel rigore della ricerca saggistica, nella musicalità della forma narrativa e nella specificità dei dettagli.  Spufford coglie nella sua opera l’umanità e le sue debolezze, ma la sua forza sta nel raccontare non solo la Storia di un Paese, ma anche una delle discipline più affascinanti eppure tecnicamente più noiose e meno narrative, l’Economia. E il genio di questo scrittore sta nel renderla comprensibile e divertente attraverso un racconto goliardico e serio. Tanti elementi inglobati tutti in uno stesso libro, capace di affascinare gli addetti ai lavori quanto i profani, o meglio ancora i refrattari all’argomento. Una cosa è certa: Francis Spufford è un narratore. E che narratore.

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