L’ultima notte del Rais

L’ultima notte del Rais

Da bambino il fratello di sua madre, un beduino con l’animo di un poeta, lo portava con sé nel deserto e al calar delle tenebre, davanti al fuoco di bivacco, gli raccontava che nel firmamento c’era un astro per ogni coraggioso sulla terra. Una volta gli aveva domandato quale fosse il suo astro e lo zio gli aveva indicato la luna. Da allora quando alzava gli occhi gli appariva sempre la ”sua” luna piena, così grande e splendente che l’infinito sembrava andarle stretto. Ora, sessantatré anni dopo, di quella luna non scorge altro che un baluginio opaco e non si capacita di come sia potuto accadere. Lui è Muammar Gheddafi, eletto da Dio per tenere a freno le brame di egemonia delle potenze straniere, e ha costantemente avuto la meglio su infamie e complotti. La sua gente lo ama perché è “il signore degli umili e il più umile dei signori” e uscirà fortificato dal caos della rivolta come la fenice rinasce dalle proprie ceneri. Eppure quella sera di fine ottobre del 2011, nella squallida scuola abbandonata nel cuore del Distretto 2 scelta come quartier generale, il dubbio comincia a farsi strada. E la speranza di ribaltare nuovamente il destino diventa sempre più pallida, così come nel cielo di Sirte sbiadisce la sua luna personale, riducendosi a un graffio grigiastro poco più largo di un frammento d’unghia…

Con lo pseudonimo di Yasmina Khadra (il nome di sua moglie) lo scrittore algerino Mohamed Moulessehoul firma un romanzo intenso e drammatico in cui entra nella mente del Rais per raccontarne in prima persona le ultime ore prima della cattura e della successiva esecuzione. A parlare è l’ombra del Gheddafi delle visite-show a Roma durante le quali, scortato da giovani “amazzoni”, veniva ricevuto con tutti gli onori dal premier dell’epoca. Ormai è un uomo finito, che spreme le ultime stille di arroganza senza riuscire a capire perché chi prima lo idolatrava adesso voglia la sua testa. Riaffiorano ricordi di un passato di miseria e umiliazioni. I calzoni rattoppati e le ciabatte bucate che portava da piccolo, la fame che tormentava i suoi sogni, il dolore di non aver mai saputo chi fosse suo padre, l’affronto di veder respinta la proposta di matrimonio alla ragazza di cui era innamorato a causa della sua bassa estrazione sociale. È in quella povertà e in quegli oltraggi che si è formato il dittatore che si faceva chiamare fratello Guida e si riteneva investito di un potere superiore. Yasmina Khadra trae dalla storia recente della Libia un personaggio letterario tragico, di potenza shakespeariana, paradigma di ogni tiranno perso nel proprio delirio di onnipotenza, plasmato da una rabbiosa volontà di riscatto e distrutto da una rabbia popolare altrettanto feroce che egli stesso ha creato nella propria megalomane cecità, non sapendola riconoscere né comprendere.



 

 

 

 
 
 
 

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