L’ultima settimana di settembre

L’ultima settimana di settembre

Il 22 settembre 2008, a Genova, verso le sette di sera, Pietro Rinaldi scrive la sua ultima lettera. Oggi compie ottanta anni e ha deciso che domani si suiciderà. È uno scrittore, vuole lasciare ai suoi lettori non un addio melodrammatico, ma un gioco letterario divertente, la sua ultima fatica. Da anni non ha più pubblicato niente, il successo si è fermato con il flop dell’ultimo romanzo Andatevene tutti affanculo. Pietro è stanco di vivere, già da tempo pensa al suicidio, ma ha rimandato per la fatica di organizzare tutto, di pensare al dopo, all’eventualità di reincarnarsi o ancora peggio incontrarsi con un Dio spietato con chi lo rifiuta come lui, un Dio che un suicida lo spedirebbe dritto all’Inferno. Non è possibile che Dio sia permaloso, però chissà, potrebbe anche esserlo. Pietro non vuole più rimandare, non vuole correre il rischio di ritrovarsi paralitico alla mercé di una badante senza essere più in grado di suicidarsi. La mattina seguente si mette l’abito migliore, scende al bar per la sua ultima colazione - un cappuccino con tre cucchiaini di zucchero, ‘fanculo la glicemia - quattro passi alla Spianata Castelletto per un ultimo sguardo e poi di nuovo a casa. Un bel mucchio di pastiglie, una bottiglia di ottimo vino e ha cominciato: tre pastiglie e un bel sorso divino, sta per ingoiarne una quindicina tutte insieme quando suonano alla porta…

Lorenzo Licalzi fa raccontare in prima persona la propria storia a Pietro, protagonista cinico, anziano arrabbiato con tutto il mondo. Poche e fragili le relazioni ancora attive, ma più per volontà altrui che per desiderio proprio: in conflitto con il genero, schivo verso la figlia Roberta, indifferente nei confronti del nipote Davide. Niente e nessuno per cui valga la pena di continuare a vivere. Un evento improvviso però rovescia l’ordine delle cose e mette in moto una possibilità di cambiamento. Una metamorfosi lenta, ma inesorabile che porta l’anima arida e dura a creparsi e far spuntare germogli di sentimenti positivi, che scaldano e talvolta bruciano il cuore. I personaggi principali sono ben tratteggiati, nella storia sono presenti colpi di cena imprevedibili e particolari che caratterizzano bene le differenze generazionali. Sebbene i monologhi siano troppo lunghi e monotoni, il ritmo della narrazione è buono e gli argomenti affrontati adatti a qualsiasi età.



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