L’ultima spiaggia

L’ultima spiaggia

Il pericolo viene dal mare. Di più, la morte in persona viene dal mare: procede da nord verso sud, dall’emisfero boreale verso l’emisfero australe. Il tempo della razza umana è agli sgoccioli, il veleno radioattivo corre veloce. Spinta dai venti, la nube generata da un disastroso conflitto nucleare si appresta a ricoprire l’intera superficie terrestre e contaminare ogni forma di vita. Gli ultimi superstiti dell’umanità si sono rifugiati in Australia, ma anche il loro tempo è destinato a concludersi. Il governo ha già disposto la distribuzione delle pillole per l’eutanasia, quando uno spiraglio di speranza si apre. Dal continente americano, un luogo ormai privo di vita e disabitato, giunge un segnale in codice. Nessuno sembra capace di decifrarne il contenuto, allora tocca al capitano di vascello Dwight Towers investigarne l’origine a bordo del sottomarino Scorpion...

Apparso sulla scena letteraria nel 1957 e tradotto in italiano per la prima volta nel 1959, questo romanzo rappresenta un vero e proprio classico della fantascienza catastrofico-apocalittica. Eppure, allo stesso tempo, è una storia unica nel suo genere: la fine del genere umano raccontata dal punto di vista di chi la sta vivendo. Non è importante attribuire responsabilità per la catastrofe nucleare che sta per distruggere il mondo; in fondo, la responsabilità è di tutti e di nessuno. No, l’attenzione è tutta rivolta ai personaggi e ai loro piccoli drammi personali. Questa è la vera forza del libro, ciò che gli conferisce una dimensione fuori da ogni tempo. Sono rare le opere che possono essere rappresentate spogliate del loro retroterra storico, nella fattispecie prescindendo dalle paure e dalle inquietudini tipiche degli anni Cinquanta. Questo romanzo è una di esse, in virtù della solidità dei suoi personaggi e dell’attualità delle loro storie. Il dramma di Moira Davidson, fortemente intrecciato a quello del protagonista Dwight Towers, ci restituisce ad esempio una figura femminile a tutto tondo capace di attraversare mode e periodi storici. La scrittura di Shute coglie ogni singolo personaggio, vero e proprio tassello di un puzzle che inesorabile si va componendo, nel suo personale approccio all’approssimarsi della fine del mondo. Ognuno a suo modo combatte per non lasciarsi sconfiggere dalla rassegnazione, la rifiuta ostinatamente consegnandosi a una quotidianità che non c’è più e che non può più essere. La ricerca a tratti irrazionale, insensata, della perduta quotidianità fra i superstiti della razza umana, questo voler continuare come se nulla fosse, colpisce i sensi del lettore e lascia un persistente senso d’amarezza alla conclusione del libro.



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