L’ultima stagione

L’ultima stagione
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Primavera 1971, Paradise Falls, Ohio. Howard Amberson ha settantaquattro anni, sua moglie Anne due meno di lui. Entrambi sono consapevoli che resta loro poco da vivere, nel caso di lei per colpa di un tumore; quanto a lui, è un cuore malridotto invece il suo potenziale killer nascosto. Howard cova da un po’ di tempo a questa parte un’idea originale, un viaggio in macchina con Anne per gli Stati Uniti. La sua idea? Vagare senza meta per scoprire il senso profondo della “struttura”, il significato delle proprie esistenze e dell’universo che li circonda. Ne parla anche col suo medico di famiglia, il quale non gli nasconde la sua incredulità. Sua moglie avrebbe bisogno di trattamenti intensi, di cure palliative, visto il tumore in fase terminale, forse sarebbe il caso di ricoverarla in una struttura apposita. A lui qualche brutta sorpresa potrebbe arrivare in ogni momento a causa del suo sistema cardiocircolatorio piuttosto malconcio. Insomma, non sembrerebbe proprio il momento migliore per fare una pazzia. Ma Amberson ha maturato questa convinzione da tempo, da quando ha cominciato a riflettere intensamente sul suo passato, annotando meticolosamente i ricordi di una vita intensa su un quadernino con le rilegature rosse e grigie. Scrive per ripercorrere ciò che è stato, analizzarlo, provando così a comprenderlo meglio. Tanti gli incontri, tante le perdite, i dolori e, come una costante, l’amore grande per Anne. “Ho sviluppato un metodo” – annota ‒ “Sono in grado di estrapolare dal mondo la maggior parte dei momenti di imbarazzo, disagio e dolore autentico. Li ricordo ancora, ma è come se la distanza li rendesse sfocati. Che cosa c’è di male in fondo? È il modo in cui gli esseri umani fanno pace con la loro storia giusto?”. La mattina dopo aver parlato con il dottore, durante la colazione, Howard confessa alla moglie il suo progetto. Anne fatica a capirne il senso, due vecchi malati in macchina senza meta, in un primo momento pensa sia uno scherzo. Così come Florence, l’unica figlia che è loro rimasta, dopo la perdita degli altri due, Henry e Lewis; contattata al telefono, non fa che ribadire al padre quanto questa cosa possa essere scellerata, preoccupata com’è delle condizioni di salute della madre. Ma alla fine Anne accetta e così i due settantenni si ritrovano “on the road” a bordo della loro vecchia Pontiac, assieme all’inseparabile gatto Sinclair. Tra le ampie e quasi infinite strade americane incontrano personaggi buffi e a tratti inquietanti, perdono e ritrovano svariate volte Sinclair, si fermano in motel sgangherati e fast food di periferia. Anne alterna momenti di sofferenza intensa a altri di normalità indotta dalle tanto odiate pasticche, quelle che teme la rendano un vegetale insensibile ma che le permettono di trovare un po’ di requie dalla malattia. Amberson è fino alla fine un marito amorevole che prova in tutti i modi a prendersi cura di lei. E intanto, riaffiorano dalla sua memoria le storie di Henry “l’ometto”, di Lewis e della moglie Alice, di Florence e, sullo sfondo, tante vicende di Paradise Falls…

Probabilmente è tutto merito di Stephen King, che nel 2015, in un’intervista al “New York Times”, non esitò a definire Don Robertson il suo scrittore preferito. Forse è grazie a questo endorsement postumo che oggi possiamo apprezzare a dovere una grande penna della letteratura americana, che conobbe grande notorietà nel secolo scorso per poi finire dimenticato e ora finalmente riscoperto come merita. Robertson, nato in Ohio, scrisse diciotto libri, uno dei quali, The Greatest Thing That Almost Happened divenne anche un film per la televisione, e vinse due premi letterari, il Putnam Award e il Cleveland Arts Prize for Literature. È come se tutta l’opera di King avesse alle spalle tutta l’opera di Robertson, spiega Nicola Manuppelli, colui che ci ha “regalato” L’ultima stagione con la sua traduzione italiana, nell’interessante ritratto che fa dello scrittore a fine volume. Grazie a Manuppelli scopriamo come nei romanzi di King si nascondano frequentemente luoghi, nomi e personaggi delle opere di Robertson: Paradise Falls, ad esempio, la misteriosa località dell’Ohio, è presente nel romanzo Christine la macchina infernale, così come Amberson è il cognome fittizio utilizzato, nel suo viaggio nel tempo, dal professor Jake Epping, protagonista di 22/11/’63. Con questo poderoso ma scorrevolissimo romanzo, uscito in America nel 1974 ma sbarcato in Italia solo lo scorso anno, la casa editrice Nutrimenti prosegue il meritorio lavoro di recupero dell’opera di Robertson, già intrapreso con L’uomo autentico del 2016. Un po’ come successe con Stoner di John Williams, pubblicato negli Usa negli anni ’60 ma arrivato nelle librerie nostrane solo qualche anno fa e diventato, a ragione, un caso editoriale. O ancora come Kent Haruf, altro autore adesso amatissimo, con la sua America di provincia e la sua Holt che per molti aspetti si avvicina alla Paradise Falls degli Amberson. Gli ingredienti del successo ci sono tutti, in queste intense e struggenti 600 pagine di Robertson, in cui il viaggio degli Amberson per le strade d’America si alterna con i ricordi di un’intera vita. Un romanzo bipartito insomma, con una narrazione in terza persona che descrive il percorso dei due e le varie tappe e una in prima persona e in corsivo, quella di Howard Amberson che scava a ritroso nel suo passato. “Ecco, in un romanzo così diviene evidente che non è una questione di dignità, l'invecchiare bene, ma del rompere i canoni in cui tutti, i sempre fervidi osservatori esterni ma anche le persone che amiamo, vogliono infilare chi supera l'età considerata decente per i desideri, le follie, la dérobade”, è la riflessione di Loredana Lipperini su Facebook che focalizza un aspetto importante del romanzo, lo scardinamento del cliché della vecchiaia. Questa volta infatti “on the road” non ci sono due giovani motociclisti ma due persone sul finale della vita. Un paesaggio autunnale dai toni arancioni è raffigurato in copertina, analogia figurativa dell’ultima stagione che dà il titolo al romanzo, quella del crepuscolo della vita. “Don Robertson sa raccontare la vita come va raccontata ovvero senza fronzoli, con l’amore di un fuoco rallentato e le parole più esatte e naturali che un lettore possa desiderare, le parole dell’autunno che attende tutti noi, le parole dell’ultima stagione appunto, la stagione dell’uomo”, scrive invece Tommaso Pincio. È così, sembra proprio che Robertson abbia la capacità naturale di trovare le parole giuste per temi così delicati e personali. L’ultima stagione è un romanzo intimo e coraggioso, che fa sorridere e commuovere, raccontando una vicenda profondamente umana, levigata da una una scrittura lieve e intensa, che lascia il segno nei lettori e tocca le corde più profonde della loro sensibilità.



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