L’ultimo castello

Futuro remoto. La Terra, dopo essere stata abbandonata dagli uomini millenni prima perché travolta da una catastrofe ambientale, è stata di nuovo colonizzata da pochi lontanissimi discendenti dei terrestri. Algidi esteti, i nuovi terrestri vivono in altissimi castelli regolati da leggi severe e soprattutto da un rigido protocollo al quale nessuno deroga mai, pena l’esilio nei vasti, solitari territori del pianeta. Quando sono tornati sulla Terra, questi aristocratici hanno portato con loro alcune razze aliene che sfruttano come servitù: i tozzi ultra-razionali Mek che si occupano della manutenzione di ogni sistema tecnologico, i timidi e passivi Contadini, i garruli Uccelli che vengono utilizzati per messaggi e trasporti aerei e le Phane, elegantissime, diafane silfidi che vengono sfoggiate durante delle gare di bellezza e a volte usate per scopi sessuali. Tutte queste creature aliene sono state geneticamente modificate per nutrirsi solo di una sostanza detta “sciroppo” che viene prodotta nei sotterranei dei castelli terrestri, in modo da renderle del tutto dipendenti dai loro padroni. Ma improvvisamente succede l’imprevedibile: i Mek insorgono e iniziano a sterminare gli occupanti dei castelli. Una ad una, queste roccaforti che si credevano inespugnabili cadono, perché i Mek ne conoscono tutti i segreti e sanno come sabotarle e soprattutto perché gli aristocratici terrestri praticamente non reagiscono, ritenendo anche solo accettare l’idea di un conflitto con degli schiavi una cosa troppo volgare da fare. Ormai è rimasto in piedi solo l’ultimo e più potente castello terrestre, Hagedorn…

Questo romanzo breve di Jack Vance, pubblicato per la prima volta sulla rivista “Galaxy” nell’aprile 1966, si è aggiudicato il premio Nebula nello stesso anno e quello Hugo nel 1967 ed è considerato unanimemente una delle vette della produzione letteraria dell’autore statunitense. Il formato commercialmente “poco agevole” (meno di 100 pagine) dell’opera ha fatto sì che ne esistano varie edizioni: questa uscita per la Compagnia del Fantastico di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nei primi anni ’90 contiene anche un non memorabile racconto fantasy, Ulan Dhor. Oltre alle caratteristiche “solite” della narrativa di Vance – la prosa scintillante, il gusto per la complessità culturale, il tema della decadenza, i dialoghi barocchi – ne L’ultimo castello colpisce la forte connotazione sociale e politica. I Mek non sono mostruosi alieni invasori, ma “proletari”, operai specializzati schiavi di nobili vanagloriosi e nullafacenti, persi nei loro miopi rituali immutabili. E la soluzione dello scontro arriverà da un mutamento sociale radicale, da una messa in discussione profonda delle regole e delle consuetudini dei neoterrestri: in poche parole, per fermare una rivoluzione ne occorre un’altra ancora più audace.



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