L’ultimo Catone

L’ultimo Catone

Le cose belle soffrono come gli esseri umani dell'inarrestabile scorrere del tempo. Dal preciso istante in cui il loro autore ‒ più o meno consapevole del fatto che in questo momento sta contribuendo a realizzare qualcosa che completa e perfeziona l’armonia dell’universo ‒ le consegna al mondo, comincia per loro una vita che, col passare dei secoli, le conduce alla vecchiaia e persino alla morte ma anche a una nuova specie di bellezza, irraggiungibile per gli uomini. Per nulla al mondo Ottavia Salina vorrebbe vedere ricostruito il Colosseo, o un Partenone dipinto di colori squillanti, o una Vittoria di Samotracia con la testa. È a questo che pensa mentre è assorta profondamente nel suo lavoro, tanto da non accorgersi che il dottor Baker, segretario dell’archivio, bussa, gira la maniglia, apre la porta e le raccomanda di seguirlo, dato che il reverendo Padre Ramondino, ovvero il prefetto, la vuole immediatamente nel suo ufficio. Ottavia si sfila precipitosamente il camice bianco, recupera il tesserino di identificazione, esce in corridoio, va verso l’ascensore, licenzia un assistente che sta per commettere un errore fatale, sostiene con sicurezza gli sguardi di disapprovazione che la rincorrono da quando ricopre, grazie al suo rigore e alla grande professionalità, quella posizione, attende che l’ascensore arrivi al quarto piano sotterraneo, entra, introduce la chiave di sicurezza nel pannello, passa il tesserino di identificazione nel lettore elettronico e preme lo zero. Qualche secondo dopo la luce del sole che inonda il vestibolo dalle grandi vetrate sul patio di San Damaso la abbaglia e quasi la stordisce. D’altronde più di qualche volta le è già capitato, presa dal lavoro, di lasciare il laboratorio alle prime luci dell’alba del giorno seguente quello dell’ingresso, persa completamente la cognizione del tempo. Sono le tredici. Il reverendissimo Padre Guglielmo Ramondino, anziché aspettarla comodo nel suo gabinetto, sta passeggiando impaziente avanti e indietro per il grande vestibolo. «Dottoressa Salina», mormora, stringendomi la mano e incamminandosi verso l'uscita, «Mi accompagni, per favore. Abbiamo poco tempo»…

Nel 2001 la spagnola Matilde Asensi, scrittrice e giornalista, anche per le principali emittenti radiofoniche iberiche, dà alle stampe L’ultimo Catone, il primo dei due romanzi (l’altro è il ben più recente Il ritorno di Catone, sempre a proposito di misteri a vario titolo legati col cristianesimo) che hanno per protagonista – nonché narratrice in prima persona – Ottavia Salina, uno dei due più importanti (l’altro è Martín Ojo de Plata) personaggi ricorrenti nella produzione letteraria della Asensi, in cui la storia e l’archeologia sono sempre protagoniste, per quanto concerne le ambientazioni, il mood delle storie e delle vicende narrate, i riferimenti, con cui gioca con ironia facendo continuo ricorso a una dimensione allegorica che le consente anche di parlare spesso e volentieri del presente attraverso il passato. Ottavia Salina non è solo una religiosa (almeno, all’epoca dell’inizio di questa prima avventura in giro per il mondo e in cui è citato persino Dante) ma anche, per non dire soprattutto, la massima autorità dell’archivio segreto vaticano in fatto di paleografia. Capace, caparbia, brillante, viene però coinvolta nella massima riservatezza in un caso che non ha propriamente a che fare con antiche pergamene o preziosi incunaboli da sfogliarsi con estrema cura e delicatezza dopo aver indossato un bel paio di guanti: la rilegatura, nella fattispecie, è infatti di pelle umana. Nel senso che sui monti della Grecia viene rinvenuto un cadavere. Quello di un etiope, morto in un incidente aereo. E qui serve tutta l’abilità di Ottavia, perché sull’epidermide sono incisi dappertutto degli strani simboli, sette croci e sette lettere dell’alfabeto greco, che rimandano a una setta dimenticata e assai pericolosa, quella dei Guardiani della Vera Croce. Oltretutto accanto al malcapitato etiope sono stati trovati tre pezzetti di legno, probabilmente schegge proprio della croce alla quale fu inchiodato Gesù. Non è da sola a indagare, è naturale, ma è Ottavia la protagonista assoluta: ed è un personaggio volitivo, ben caratterizzato, originale. La fluidità della scrittura è mirabile, è avvincente e appassionante, non un semplice romanzo di pura evasione, ricco di spunti, curato, con un intreccio solido e divertente.



 

 

 

 
 
 
 

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