L’ultimo dei Giusti

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Innamorarsi significa prima di tutto rendersi piacevoli, ma lo spirito di Zemyock cova segretamente dentro Mardocheo e salta fuori dopo il fidanzamento, che ai suoi occhi rappresenta una svolta decisiva; ormai incatenata, raggiante, la terribile belva aspira soltanto – è chiaro – a entrar nella gabbia, e sotto il timido spasimante spunta fuori d’un tratto il marito, il Signore in potenza, protetto dalle leggi come da tante sbarre di ferro. Al primo urto, cade tutto e grida con asprezza che se l’amata, Judith, non lo capisce è perché non lo vuole capire, e quindi il volto gli diviene una maschera d’orgoglio, perché le spiega che da loro prima di sposarsi un uomo deve ricopiare il libro di famiglia, tutta la storia dei Levy, per farla leggere ai suoi figli, quindi lui non può non tornare, la tradizione non si può né si deve né si vuole interrompere. Mardocheo quindi deve tornare per un po’ a Zemyock, senza se e senza ma. Judith a quel punto gli risponde di andare e non tornare, Mardocheo la guarda fisso, esita, le volta la schiena, passa la soglia… e si sente afferrare le spalle. Lei gli chiede di tornare presto, lui promette, piange, promette…

Pubblicato per la prima volta in Francia sessant’anni fa, quando il ricordo della guerra era molto più vivo di adesso, c’erano più testimoni, era passato meno tempo e c’era meno negazionismo e recrudescenze naziste, questo, come esplicitamente dichiarato, è un romanzo. Dunque si basa sulla riuscita invenzione letteraria dell’autore, che però descrive ambienti, personaggi e situazioni con stile bello, semplice, chiaro, intenso, drammatico e soprattutto assai verosimile, essendosi documentato sui fatti storici attraverso i testi di Léon Poliakov, Michel Borwicz, David Rousset, Georges Wellers e Olga Wormser. Con la locuzione Giusti tra le nazioni, a partire dalla seconda guerra mondiale, si intende chi, di altra religione, rischiando eroicamente e disinteressatamente la propria vita si è adoperato per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista: sono dunque, per passare ad altri monoteisti, agnelli di Dio che tolgono – ma la traduzione è sbagliata, quel “tollis” cristiano in verità sta per il molto più corretto “portare su di sé” – i peccati del mondo. Schwarz-Bart, con potenza affabulatrice degna di Singer, li prende a simbolo di chi fa sì che si possa sopravvivere al dolore e da qui prende le mosse per un apologo assai approfondito sull’umanità e sull’identità, ebraica e non solo.



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