L’ultimo dei Savage

L’ultimo dei Savage
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Patrick Keane e Will Savage si rirovano a dividere una camera nella Scuola preparatoria di legge ad Harvard. La loro accoppiata è tanto improbabile quanto lo sarà la loro amicizia per il resto della vita: uno di loro è arrivato lì in ascensore, l’altro sulla limousine di famiglia. L’ascensore sociale che ha consentito a Patrick di percorrere le sessanta miglia che lo separano da quella che diventerà la sua “alma mater” è non smetterà più di salire, lo porterà dal negozio di elettrodomestici di suo padre ad un prestigioso studio legale e soprattutto lo porterà a ricavarsi un posto di riguardo nella vita di Will Savage, una cometa che ha traversato la sua vita e la cui scia luminosa non ha potuto far a meno di seguire, sin dalla prima volta in cui gli ha chiesto se conosce la musica del Delta e lui ha mentito. Quella non sarà l’ultima bugia che dice per nutrire l’insaziabile curiosità di Will nei suoi confronti, fingerà di conoscere cantautori come Dylan, prenderà a prestito la storia straziante delle sorella morta di un suo amico per tenere il passo con il fratello morto tragicamente di Will, fingerà di non essere scandalizzato quando un racket di artisti neri estorcerà una donazione a Will e mentirà per lui ogni volta che l’FBI o un giornalista lo avvicineranno per scavare sotto l’immagine dell’ultimo dei Savage che vive completamente a suo agio nella pelle dell’hippy. Negli anni in cui la loro amicizia si dipana, sorprendentemente non è Will quello a disagio con la propria storia di discendente di una nobile famiglia del Sud che ha combattuto e perso tutte le battaglie della Guerra Civile, ma, è Patrick quello che pagherà il prezzo più alto per l’ascensore sociale che gli fa bruciare le tappe di un successo che per Will è scontato da generazioni, è scolpito nella targa che ricorda la sua famiglia ad Harvard, così come nelle travi marce delle magioni che la sua famiglia ha costruito e perso nel corso delle generazioni. Patrick è acutamente consapevole di aver cominciato a rinnegare la propria famiglia il giorno stesso in cui ha incontrato Will e di aver continuato a tradirla ad ogni regalo costoso che non avrebbero potuto permettersi ma lui ha richiesto, di essersi lasciato dietro gli sforzi dei suoi genitori e le loro solidità piccolo borghesi ad ogni svolta della strada...

Come dice Fernanda Pivano, prometeica disvelatrice del talento di McInerney e degli scrittori della sua generazione nel risvolto di copertina, L’ultimo dei Savage è un capolavoro assoluto con cui Jay McInerney, diventato il re incontrastato degli Yankees, rende un dovuto omaggio al Sud da cui proviene e lo fa al di fuori di ogni stereotipo. La vita caotica di Will, a cui l’autore presta molto della propria storia familiare, è un tributo non solo ai grandi miti letterari, da Faulkner a Hemingway, ma un omaggio a tutto il pantheon del Sud, dalle voci del soul e del rhythm and blues, a quelle degli Indigeni Chicasaw e Choctaw, senza tralasciare i grandi proprietari terrieri bianchi, il loro senso dell’onore e della rispettabilità, lo schiavismo e la segregazione razziale. Tutto il coacervo delle contraddizioni che abitano McInerney è esposto en plein air attraverso la vita di Will, un non violento che sostiene le ragioni della Guerra Civile in patria come in Vietnam, ma anche un uomo che non esita a servirsi di una pistola per minacciare chi non rispetta gli impegni presi, che vive come un’onta la messa in dubbio della propria parola e che riesce a comporre il conflitto tra se stesso e le proprie origini divenendo un tycoon della scena musicale, un oracolo rispettatissimo e una leggenda di tale ampiezza che a nessuno interessa più la verità riguardo la sua vita. Nel 1996, circa un decennio dopo averci regalato il grande romanzo americano con Le mille luci di New York, un McInerney ormai saldamente insediato nell’olimpo letterario si sente abbastanza sicuro da affrontare il complesso tema delle radici con cui solo alcuni dei più grandi si sono misurati senza soccombere allo stereotipo e scrive il grande romanzo Panamericano. Ll’iperbole del suo talento raggiunge il culmine e questo irrefutabile dato di fatto è apprezzabile a pieno anche per il lettore italiano grazie alla splendida traduzione di Susanna Basso.



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