L’ultimo lappone

L’ultimo lappone
Quaranta giorni di notte polare sono trascorsi in un buio opprimente. Ora a Kautokeino, nella Lapponia centrale, sta per spuntare la giornata più straordinaria di tutte, quella in cui finalmente risorgerà il sole. Klemet Nango, della polizia delle renne, aspetta con sollievo la fine di quell’oscura maledizione che si ripete ogni anno. Intanto, con la giovane collega Nina Nansen ha il suo daffare per evitare che i branchi siano lasciati sconfinare nei pascoli altrui, contendendosi gli scarsi licheni sepolti sotto la neve. A creare maggiori problemi è Mattis, quasi sempre troppo ubriaco per sorvegliare le proprie bestie, ed è appunto nel suo squallido gumpi che si recano i due poliziotti. I loro pacati ammonimenti, comunque, non sfiorano nemmeno quel rudere d’uomo perso nei fumi dell’alcol. C’è invece una grana più spinosa che Klemet e Nina devono affrontare quando arrivano al commissariato. Nel Centro culturale Juhl è stato rubato un tamburo sacro, restituito alla comunità dei sami dopo moltissimi anni. Per decenni i pastori svedesi, danesi e norvegesi, portando avanti come schiacciasassi la cristianizzazione forzata della popolazione autoctona, avevano confiscato e bruciato centinaia di quegli strumenti divinatori usati dagli sciamani per guarire i malati ed evocare i morti. Ormai ne erano rimasti pochi in tutto il mondo, disseminati fra musei e collezioni private, ma quello era il primo a rientrare nei suoi luoghi d’origine. Per questo il furto stava suscitando un vespaio fra i lapponi, che lo consideravano l’ennesimo tentativo di cancellare la loro identità. Al mistero ne segue subito un altro, sanguinoso e orribile. Fuori dal suo rifugio Mattis viene ritrovato assassinato con le orecchie mozzate. Ma davvero quel brutale omicidio è soltanto una vendetta fra allevatori, come a qualcuno farebbe comodo lasciare credere?
La classica regola delle 5 W del giornalismo anglosassone (who, what, when, where, why) vale anche per un giallo ben strutturato. Olivier Truc, giornalista francese inviato di “Le Monde” e “Le Point” per la Scandinavia, la applica con talento nel suo romanzo d’esordio, procrastinando per quattrocento pagine lo svelamento del “perché”, che rappresenta anche il nesso fra i due enigmi di Kautokeino. Sulla curiosità di sapere chi avesse interesse ad ammazzare un povero ubriacone demente e sul reale significato del tamburo scomparso prevale però la magia dell’ambientazione nel Grande Nord: immense distese brulle e silenziose, gelo tagliente come un rasoio, temperature al limite del sostenibile, riti ancestrali e leggende che i sami si sono tramandati di generazione in generazione. Tutto questo, purtroppo, rischia di andare perduto. La colonizzazione, la religione occidentale e il progresso (pernicioso terzetto che ha estinto un bel numero di civiltà) hanno fatto la loro parte nello spazzar via le antiche usanze lapponi. Ora lo sfruttamento senza scrupoli sta devastando e distruggendo anche la terra in cui queste consuetudini sono nate. É storia vecchia, quasi una fotocopia del genocidio dei nativi d’America, sterminati, scacciati, confinati nelle riserve. Sarà per questo che il libro di Truc lascia il retrogusto amaro di un doloroso déjà vu. E senza perdere la tensione e l’incalzare di un brillante poliziesco, solleva in sottofondo la questione del dissennato depauperamento di un territorio che (ce lo hanno ricordato gli attivisti impegnati prima a impedire il taglio selvaggio delle foreste vitali per il pascolo invernale delle renne dei sami, poi a fermare le trivellazioni nell’Artico) meriterebbe insieme al suo popolo meno avidità e più rispetto.

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