L’ultimo quaderno

L’ultimo quaderno

Anni fa, ormai tanti, in un viaggio dal Canada a Cuba, José Saramago ha fatto sosta in Costa Rica ed El Salvador. Come succede sempre quando è in viaggio da quelle parti, rilasciò alcune interviste, la più importante delle quali a Mauricio Funes, nel marzo del duemilanove presidente eletto del Salvador. Saramago non lo hai mai conosciuto prima di allora e da allora non si sono più rivisti. Ha avuto la gradita sorpresa di incontrare non un giornalista più o meno impiegatizio incaricato di convincere lo scrittore appena arrivato delle virtù di un regime ferocemente repressivo, ma un interlocutore colto e informato non soltanto del lungo martirio sofferto dalla popolazione, ma anche della problematica possibilità di un cambiamento. Ora il cambiamento sembra essere arrivato con la sua elezione: Funes sia creatura borgesiana, dalla memoria che tutto assorbe. O almeno ricordi le parola pronunciate quando ha vinto…
Cosa succede quando un grande scrittore si dedica alla stesura di un saggio? Facile: che il saggio è scritto bene. Il che significa non solo che si capisce, cosa che, per così dire, dovrebbe essere una sorta di minimo sindacale (se non si capisce niente di quello che scrivi, che lo scrivi a fare?), ma che al tempo stesso è letterario. Ossia artistico, elevato, persino, a tratti, lirico. José Saramago è stato un finissimo osservatore della realtà del suo tempo, e il vuoto che ha lasciato è enorme. Al tempo stesso, però, è ancora con noi, grazie alle sue opere. L’ultimo quaderno che ha potuto scrivere è uno scrigno di gioielli, in cui, come nel suo blog, estremo esempio di attenzione al mondo attorno a lui, aperto a quasi novant’anni e aggiornato di continuo, parla di tutto con la sua inconfondibile voce e fa riflettere su ogni cosa, amata o detestata: Sarkozy, L’Aquila, Borges, i centri commerciali, la Storia, l’Arte, Berlusconi…

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