L’ultimo spartito di Rossini

L’ultimo spartito di Rossini

La giacca è stretta, troppo stretta. È di velluto marrone chiaro, regalo del duca Sforza Cesarini, impresario del teatro Argentina di Roma, come aggiunta alla paga per l’opera. Chiassosa, sì, ma adatta per dirigere un’opera buffa per il Carnevale. Dopotutto lui è Rossini, “un musicista che si distingue dalla moltitudine degli odierni compositori”, come ha scritto il “Corriere Milanese”! Ma quanto sta stretta sulle spalle! Non riesce nemmeno ad allungare le braccia e si sente un baccalà! Come può affrontare un pubblico così rumoroso in quelle condizioni? Nemmeno l’inchino gli riesce bene, una volta sul palco. Si sente come dentro un’armatura di piombo e il pubblico per giunta non è dei più facili. Infatti comincia subito con le battutacce… Rossini dà il via all’orchestra. Quanto gli piace questa musica! Ogni nota, ogni strumento sono stati accuratamente scelti per quello che devono rappresentare: il crescendo della calunnia, il suo insinuarsi, il dubbio evocato dal corno e quel subdolo bacchettone di Don Bartolo… Si è giocato tutte le carte possibili pur di conquistare il pubblico di Roma, anche i cantanti più amati ha portato sul palco, ma niente. Non c’è niente da fare. Ci mancava anche quello stupido che inciampa sul suo mantello a completare l’opera: sul palco vola di tutto, anche un gatto e le urla e i fischi non risparmiano nessuno. Ma è così che sollevando d’impeto le braccia, il giromanica della giacca di Rossini si strappa ed è una liberazione...

Di Gioacchino Rossini si è detto di tutto: dalla sua vita “godereccia” al suo indugiare troppo a tavola tra arrosti, carni, spezie e vino, dal suo amore per il tartufo alla sua musica grandiosa, dai suoi alti e bassi negli esordi di ogni lavoro al suo essere solito esprimersi con frasi che poi sono diventati motti famosi, come il “vino in pillole” con il quale liquidò un regalo di uve pregiate! Interessante, invece, l’aspetto messo in luce da Simona Baldelli, quello profondo, pauroso, anche un po’ timido, con seri problemi di depressione, quello malato, schivo, visionario che rende più “umano” il “cigno di Pesaro”. Era torturato da tutti coloro che lo hanno circondato, torturato dal pensiero di che cosa potessero dire di lui. Da bambino era rimasto decisamente colpito dalla parola “calunnia” e fece tesoro delle spiegazioni del padre, al punto che questa calunnia attraversò per sempre la sua vita, con le bufale create ad arte da chi era semplicemente invidioso della sua grandiosità. In questo libro c’è tutto, ovviamente qualcosa è romanzato per rendere ancora più godibile la lettura, ma ci riporta l’uomo autentico dei suoi scritti, della sua musica, dei timori, dei dubbi, con le sue colorite espressioni in pesarese e quella tenera capacità di sorprendersi della cattiveria gratuita delle persone. Perché anche nell’accettazione alternata dei suoi lavori non era mai la critica a farla da padrona, ma una parte prezzolata che correva a difesa di quello o quell’altro musicista. Ed è bella quest’umanità di Rossini, bello il suo amore per la madre, bello quel suo “rapporto” con la calunnia, così ben descritta nell’aria di Don Basilio de Il Barbiere di Siviglia!



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