L’unico viaggio che ho fatto

L’unico viaggio che ho fatto

Gardaland è probabilmente uno dei “non luoghi” (citando Marc Augé) più celebri nella nostra penisola. Quando all’inizio degli anni Ottanta il parco dei divertimenti più grande d’Italia è stato costruito ha rappresentato per tutti noi bimbi una vera e propria “meta” per ammirare giostre che non avevamo mai visto se non in tv. E non importa se i nostri genitori magari hanno storto il naso: a Gardaland, almeno una volta l’anno, ci si doveva andare come “premio” per la fine dell’anno scolastico. Emmanuela non è stata diversa da tutti quanti noi. Anche per lei la gita a Gardaland è uno dei ricordi più vividi della sua infanzia. Non importa se piovesse quel giorno (tanto avrebbe piovuto di sicuro): preparati i panini, indossata tuta e scarpe da ginnastica, crema solare e cappellino per le lunghissime e spasmodiche file per salire sulle attrazioni più famose, eccola pronta per incontrare Prezzemolo (la famosa mascotte del parco divertimenti). Poi… poi si cresce. E per Emmanuela Gardaland diviene un ricordo, ci sono le foto, ma non penserebbe mai di tornarci. Quando un giorno, suo fratello minore, le chiede un regalo che nessuno gli ha mai fatto: andare a Gardaland. Ed eccoli pronti per una giornata fratello/sorella, all’insegna dei ricordi e delle novità, della complicità tra fratelli e delle differenze d’età che all’improvviso si annullano davanti alle montagne russe più alte d’Europa. E, in barba alla paura, si sale e ci si diverte…

L’unico viaggio che ho fatto – secondo romanzo di Emmanuela Carbè, classe ’83 – racconta l’Italia degli anni Ottanta e Novanta attraverso la storia del parco di divertimenti simbolo di quegli anni: Gardaland. Tutti noi bambini cresciuti a pane e Bim bum bam abbiamo spasmodicamente desiderato di andarci almeno una volta nella nostra infanzia. Poi, si sa, il tempo passa e non ci si ricorda neppure che è stato parte dell’immaginario collettivo di una intera generazione. Non che Gardaland oggi viva un momento di declino. Anzi. C’è un’app che ci permette di essere sempre aggiornati, pacchetti per abbonamenti di diverse tipologie e un’economia fiorente che gli gira attorno. Non è più di proprietà degli imprenditori italiani che l’avevano ideato. Ma questo, si sa, è il mercato e anche Gardaland è passato in mano ad investitori stranieri più facoltosi. La Carbè ci porta indietro nella nostra infanzia e riesce ad intrecciarla con il nostro presente. La bambina di ieri ci sarebbe voluta andare (per la cronaca no, non ci sono mai stata) mentre l’adulta di oggi rifugge tutti i parchi divertimento. Eppure Gardaland è un pezzo della nostra storia e mentre la Carbè descrive la sua giornata con suo fratello siamo tutti tornati bambini e tutti un giro su quelle giostre lo avremmo fatto molto volentieri in nome di tutto ciò che siamo stati e in barba al tempo che è passato da allora. La scrittrice veronese ci regala un “oggetto narrativo” sul crinale tra il romanzo e il reportage giornalistico che ci appassiona. Scritto con eleganza e semplicità, ci tiene incollati alle sue pagine. E, come ogni giro di giostra, sembra così breve che diremmo “Ne posso fare un altro?” se fossimo ancora bambini.



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