L’uomo che allevava i gatti

L’uomo che allevava i gatti
Un vecchio fucile arrugginito non vuol saperne di sparare. Nonostante il divieto assoluto di staccarlo dal muro, il bambino se lo mette in spalla per andare a cacciare anatre, rimuginando sulla morte del padre e sull’aura di mistero che circonda quell’arma… Nella Cina rurale le bambine non contano. Il controllo delle nascite permette di avere un solo figlio e la speranza è che sia maschio. Le femmine vengono uccise appena partorite, abbandonate in mezzo ai campi, lungo le strade. Ma cosa succede se si ha già una figlia femmina a casa e non si ha il coraggio di lasciare morire una neonata nel fitto del sorgo?... Il bambino è un po’ ritardato, ma sale sui pioppi lesto come uno scoiattolo. La bambina gli chiede un ramoscello, sul punto più alto e sottile dell’albero e il bambino ci va, a staccarglielo. Ma l’albero è traditore, si spezza e si abbatte sulla bambina, uccidendola. Per il povero scemo sono frustate e un amaro destino in mezzo ai campi di sorgo… La moglie del quadro del partito è incinta. È la seconda gravidanza e la legge non lo permette. Bisogna scendere al villaggio ed abortire. Tra una partoriente ed un’altra, durante l’attesa del turno, la coppia vede dalla finestra un gruppo di uomini con una muta di cani che sta dando la caccia ad un’astuta volpe… Lungo il fiume due fratelli cercano di scorgere il muso delle grosse tartarughe che vi nuotano dentro, ma uno dei due, con la sua lunga tunica che gli arriva fin sotto i piedi, scivola nel fiume. Riportato di corsa al villaggio non vale a nulla metterlo sul dorso di un bue scalciante per fargli sputare l’acqua. All’altro fratello resta la crudezza di un destino segnato dall’odio… Allevare gatti per dare la caccia ai topi, questo fa lo “strano” del villaggio, con quello sguardo felino negli occhi sin da quando era bambino. Ma lui è molto più che un gatto, sembra un pifferaio magico che sgombra dai ratti le città con formule e riti e mille e mille code rosa e nude appiccicate alla sua tunica…
Mo Yan ci illustra la Cina più profonda, quella del popolo, quella dei contadini, delle leggende, dei canti ancestrali e degli spiriti-tartaruga. Una Cina gretta e remota, in cui partorire una femmina è una iattura. Succube e sottomesso ad un sistema ideologico fatto di quadri, controlli, regole è  un territorio nel quale pullulano vite infime, un palcoscenico sul quale a muoversi sono quasi sempre storie molto simili fra loro: di figlie femmine da abortire o uccidere, di contadini dalla mente semplice e servile, degli strambi del villaggio, di quadri del partito comunista cinese, di animali e dottori scocciati. I racconti sono una rete che pesca fondo in una galassia che è anche autobiografica ed il coinvolgimento di Mo Yan nelle storie si sente forte sia che li narri in prima persona sia che lui si ponga come osservatore esterno. C’è un filo di magia che tiene insieme le trame; un sottilissimo filo di rame che brilla nel torbido di un Paese crudele e cattivo messo a nudo nei suoi spigoli più acuti. Un incedere narrativo dolce e musicale che tesse partiture melodiose sui drammi e che focheggia sui dettagli con metafore brillanti. Che si tratti di rughe o ferite aperte, al lettore non è negata la poesia in alcun caso. Qui sta lo splendore di Mo Yan: raccontare il dolore con garbo gentile.

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