L’uomo che dipingeva il silenzio

L’uomo che dipingeva il silenzio
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Siamo in Romania negli anni Cinquanta. Un uomo stremato arriva alla stazione di Iasi con una missione: trovare una persona. Nonostante le pessime condizioni fisiche riesce a raggiungere l’ospedale, dove viene soccorso. Impossibile capire chi sia: non ha documenti, solo un mucchietto di pezzi di carta indecifrabili in tasca. E non parla. Safta, una delle infermiere, però non ha dubbi: sa che il ragazzo è Augustin detto Tinu, e che non parla perché è sordomuto. Sono cresciuti insieme a Poiana, nella grande casa di campagna dei genitori di Safta. Tinu è l’unico figlio illegittimo di Paraschiva, la cuoca di casa. Safta si guarda bene di rivelare la sua identità: in fondo non sa cosa sia potuto succedere ad Augustin nei terribili anni tra la guerra e l’inizio del regime comunista.  Per capirlo dovrà far in modo che lui ricominci a disegnare. Senza le parole, infatti “i disegni sono il suo modo di dare un ordine al mondo che lo circonda per riuscire a padroneggiarlo...”
“Cosa importa chi siamo o chi siamo stati? (…) Abbiamo tutti tante di quelle identità, di questi tempi, non ti pare? (…) Prendiamo te per esempio. A quanto ne so hai almeno tre incarnazioni: Augustin di Poiana, il giovane Ioan a cui abbiamo dato un nome all’ospedale, e il figlio di Adriana tornato muto dalla guerra”. In verità la personalità di Augustin è solo una, nonostante le sue fittizie incarnazioni: sembrerebbe imperscrutabile a causa del suo mutismo, ma lui è sempre Tinu, lo stesso ragazzo amante dei cavalli, capace di ricostruire scene intere e sentimenti complessi con i suoi particolarissimi disegni, talmente unito a Safta che gli eventi tragici della guerra non hanno scalfito la sua fedeltà a lei. La storia di Tinu e Safta scorre su due piani temporali e interiori completamente opposti: se da una parte vediamo il mondo idillico e campestre dell’infanzia e giovinezza a Poiana - un’epoca in cui tutto sembrava possibile e in cui predominano le passioni e l’avventura - dall’altra vediamo il desolato panorama della dittatura comunista dopo la seconda guerra mondiale. È il momento quindi di raccogliere i cocci che la guerra ha lasciato, sperando che sia ancora possibile unirli e costruire un futuro nuovo. Consigliato.

 

 

 
 
 
 
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