L’uomo che inseguiva i desideri

L’uomo che inseguiva i desideri
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Ogni mattina Arthur si alza alle sette e mezzo precise, come quando la moglie Miriam era ancora viva. Si fa la doccia e indossa i pantaloni grigi, la camicia azzurra e il gilet color senape preparati la sera prima. Si rade e scende al piano inferiore della casa dove vive in pratica da tutta la vita. Alle otto in punto si prepara la colazione, di solito una fetta di pane tostato con la margarina, e si accomoda al tavolo di pino da sei, che adesso è diventato da un posto solo. Il suo. Alle otto e mezzo sciacqua le stoviglie e ripulisce il piano della cucina usando prima il palmo della mano e poi due salviettine profumate al limone. Dopo tutta questa serie di operazioni, sempre uguali, sempre nello stesso ordine, la giornata può finalmente cominciare per davvero. In un’altra qualsiasi bella giornata di maggio potrebbe godersi il sole, che oramai a quell’ora è già bello alto e splendente su nel cielo. Potrebbe dedicarsi a strappare le erbacce e a rigirare le zolle di terriccio in giardino. Il sole gli scalderebbe la nuca e bacerebbe la testa fino ad arrossargliela, almeno un po’. Ricordandogli che c’è, che è vivo, ancora, che continua a tirare avanti. Ma oggi, il quindicesimo giorno del mese, è diverso. È un anniversario. L’anniversario. Il primo. Quello che teme da settimane. Ci pensa da tempo costantemente ormai. E in effetti sarebbe strano se potesse fare altrettanto dopo tutta una vita insieme. La data sul calendario Meraviglie di Scarborough attira il suo sguardo da tempo, ogni volta che ci passa davanti, da quando ha girato il foglio. Rimane ogni volta a fissarla per un attimo e poi cerca di trovarsi un lavoretto qualunque per distrarsi. Innaffia la felce, che dal canto suo ha pure un nome, Frederica, oppure apre la finestra e scaccia i gatti del vicino che hanno la deprecabile abitudine, ormai costante e inveterata, a tutte le ore, di scambiare la sua aiuola giapponese per un servizio igienico a loro completa ed esclusiva disposizione. È il quindici di maggio. È passato un anno esatto. Dalla morte della moglie. Dalla morte di Miriam. Un anno, ed è come se fosse un giorno, non trecentosessantacinque. Miriam è morta. Anzi, scomparsa. Così dice la gente. Come se la prola morta fosse una bestemmia. Ma Miriam è morta. Era viva e ora è morta. Era una persona, con un armadio pieno di cose. E proprio nell’armadio Arthur trova una sorpresa…

Il romanzo di Phaedra Patrick, che si legge d’un fiato perché è scritto con grande intelligenza ed equilibrio, linguaggio semplice e colloquiale, trama solida, credibile, convincente, lieve, ben caratterizzata, sognante, tenerissima e appassionante, in quanto sentimentale senza eccedere nel sentimentalismo, è come se fosse, mutatis mutandis, la strana intersezione di tre insiemi che non si pensava nemmeno che si potessero trovare sullo stesso piano, figurarsi stare intrecciati. Da un lato infatti ricorda Up, il capolavoro cinematografico d’animazione della Disney Pixar: un uomo, dopo tutta una vita insieme, perde la sua compagna di sempre e si rifugia nelle abitudini, nei ricordi, nelle cose che gli restano e che assurgono al livello di simbolo. Ricorda poi anche un po’ Le pagine della nostra vita, il bestseller di Nicholas Sparks che sul grande schermo è stato portato da Nick Cassavetes con Ryan Gosling, Rachel McAdams, James Garner e l’immensa Gena Rowlands: ogni giorno si ripercorrono le tappe di una storia d’amore per farla rivivere, o meglio non morire. E dopo un amore come quello, l’unica cosa che speri è di andartene insieme. Infine, l’atteggiamento di Arthur, il protagonista, così nonostante tutto aperto alla vita, ricorda Peter Sellers in Oltre il giardino: in fondo l’esistenza è uno stato mentale. Arthur Pepper si rinserra nella ripetizione di gesti sempre uguali per non lasciarsi abbattere dal dolore per la morte della sua Miriam. Il giorno del primo anniversario, però, decide di riordinare le cose dell’amata, e trova una cosa stranissima: un gioiello. Si sa, la casa nasconde ma non ruba, e gli armadi sono per definizione il refugium peccatorum, però orpelli Miriam non ne portava mai. Su quel ciondolo c’è un numero di telefono. Lo chiama, e niente è più come prima. Inizia un viaggio in giro per il mondo, e una favola sorprendente, perché in effetti l’amore non solo si coltiva ogni giorno, ma è anche la capacità di saper sempre continuare a stupirsi per ogni cosa, anche piccola, anche, per dirla con Gozzano, di pessimo gusto. Ma sono proprio quelli i dettagli più importanti, che marcano la distanza fra sopravvivere e vivere, che ricordano l’importanza di non dar mai niente per scontato. E questo libro, che regala colpi di scena a ogni piè sospinto, scontato certo non è.



 

 

 

 
 
 
 

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