L’uomo che inseguiva la sua ombra

L’uomo che inseguiva la sua ombra

Istituto penitenziario di Floberga. Braccio B di massima sicurezza. Ore diciannove e trenta in punto. L’agente Alvar Olsen, il capo delle guardie, ha appena incrociato Lisbeth Salander nel corridoio. Ha fogli tra le mani che le agita sotto il naso, ma la ragazza è distratta da qualcosa che avviene alle sue spalle e non lo sta nemmeno a sentire. A quell’ora infatti Floberga per pochi minuti diventa terra di nessuno, complice il trambusto provocato dal treno merci che passa sferragliando e ululando a pochi metri dalla prigione facendo rimbombare pareti e inferriate e sopratutto complici quei pochi minuti prima della chiusura delle celle sfruttati abilmente dalle detenute per scambiarsi minacce, promesse, ritorsioni o vere e proprie violenze. Ed è proprio ad una di queste che sta assistendo Lisbeth mentre Olsen continua imperterrito a parlarle di test e profili psicologici. Qualcuno infatti sta schiaffeggiando la bella Faria Kazi, una detenuta proveniente dal Bangladesh. Lisbeth non ha bisogno di vedere chi è l’autrice di quelle percosse, perché già sa di chi si tratta. Sicuramente c’è Benito dietro quel sopruso. Benito, al secolo Beatrice Andersson, è la boss incontrastata del braccio B e da qualche tempo ha preso di mira Faria. Ma quando la ragazza indica la cella a Olsen, la situazione è già ritornata alla normalità. Figurarsi, li dentro è così che funziona e quel cacasotto di Alvar è assolutamente soggiogato dal potere di quella criminale. D’altronde lui ha provato a tenere le redini di quella prigione ottenendo in passato rispetto e considerazione, ma dopo che la moglie lo ha lasciato solo con la figlia piccola e dopo sopratutto le minacce ricevute proprio da Benito nei confronti della bambina, all’agente son rimasti solo i sogni di un nuovo e diverso lavoro lontano il più possibile da tutto quello schifo. Lisbeth lo sa. Conosce perfettamente le debolezze di quell’uomo e seduta nella sua cella riflette su quello e su ciò che il suo tutore Holger Palmgren le ha detto nel loro ultimo colloquio. La strana visita di quella donna, Maj-Britt Torell, che in passato era stata segretaria presso la clinica psichiatrica infantile dove lei era stata ricoverata da bambina e alcuni misteriosi documenti che le aveva lasciato e quel suo passato che torna prepotente a tormentarla. Se solo avesse possibilità di accesso ad un PC collegato a internet. Forse però, a pensarci bene, la debolezza di quel rammollito di Olsen potrebbe nascondere per lei qualche vantaggio...

Quinto capitolo della saga Millenium, secondo volume orfano del geniale creatore Stieg Larsson, prematuramente scomparso nel 2004, volume affidato come il precedente al giornalista David Lagercrantz – già, proprio quello della bio di Zlatan Ibrahimović – che con il benestare della famiglia ha intrapreso l’ingrato ma immaginiamo remunerativo compito di proseguire le gesta di Mikael Blomkvist e dell’eroina Lisbeth Salander, la hacker dall’oscuro e doloroso passato. E proprio a lei è dedicato questo quinto volume. Lei, che nonostante il salvataggio di un bambino autistico e l’aver svelato un intrigo internazionale, è costretta a subire l’onta del carcere senza battere ciglio, fronteggiando il terrore che Benito Andersson semina nel braccio B tra detenute e agenti di polizia penitenziaria, ma anche all’esterno. Eppure senza mai rinunciare al proprio scopo, far luce indagando con ogni mezzo lecito o meno ‒ e con l’immancabile aiuto dell’amico Blomkvist ‒ su quell’oscuro passato che faticosamente e dolorosamente chiede sempre più spazio tra le ferite ancora aperte della sua mente. Inutile ma forse inevitabile andare a cercare ancora differenze con i romanzi firmati da Larsson. Lagercrantz compie un’operazione onesta, fatta di ottima scrittura e mestiere che inevitabilmente però lo porta (e lo porterà sempre di più in futuro) a distaccarsi dal suo monumentale predecessore, creando pur nella continuità una propria e personale voce per i due protagonisti. Una voce che forse non accontenterà tutti i fan “duri e puri” della serie, ma che pare necessaria e dopo più di un decennio oramai inevitabile.



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