L’uomo che non fu giovedì

L’uomo che non fu giovedì
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Benedetto XVI sta per rassegnare le sue dimissioni. Come se non bastasse il sensazionale gesto, ecco che rispuntano vecchie carte sepolte sul processo di canonizzazione di G. K. Chesterton, lo scrittore inglese autore de Il poeta e i pazzi, che ad un certo punto della sua vita ‒ dopo un vasto peregrinare ed un profondo scandaglio interiore ‒ abbraccia il cattolicesimo e se ne fa addirittura teologo. Che il dossier su Chesterton, tenuto ben riposto per tantissimo tempo, spunti adesso non è un caso né una eventualità fortuita: all’interno della curia romana, in un momento di passaggio delicatissimo come questo, si infiammano facilmente lotte intestine che vanno ad assommarsi alla gran serqua di trafugamenti, sparizioni di documenti, scandali, colpi bassi spudorati che se ne fregano dei dieci comandamenti. Ratzinger, stanco e flebilmente infastidito, tra un boccale di birra chiara ed una sonatina al pianoforte con tanto di virtuose variazioni cerca di capire cosa farne di questo dossier, di questo processo di canonizzazione. Si consulta coi suoi fidati collaboratori, cerca di capire perché diavolo sia venuto fuori proprio lì, proprio in quel momento. Perché uno scrittore dovrebbe diventare santo, questo si domanda e chiede il vecchio pontefice. Le carte parlano di miracoli, miracoli importanti che risalgono a Pio XII il quale chiamò personalmente Chesterton perché svolgesse per lui alcuni servizi. E che servizi? C’entrano addirittura Casanova, John Lennon e Mussolini: of course, le carte risalgono al 1929. C’è una matassa imbrogliata abbastanza da dipanare. Perché i documenti che attestano i prodigi dello scrittore sono stati insabbiati, tenuti sotto chiave per anni e anni e adesso spuntano fuori dal nulla. Perché? Ad indagare in gran segreto viene chiamato un professore di Storia, appassionato di faccende legate al mondo anglosassone. Gli viene chiesto di cambiare nome, di inventarsene uno fittizio, di incontrarsi a Venezia con una data persona in un periplo che infittisce il mistero. Non subito gli viene svelato il perché del suo coinvolgimento. Carte alla mano, però, il professore deve mettere i panni del detective e scoprire che sotto un “banale” processo di canonizzazione si cela, in verità, un ginepraio di intrighi politici e religiosi, di misteri fitti e lotte trasversali che incendiano i corridoi del Vaticano…

Juan Esteban Constaín, va detto subito, ha una scrittura sfacciata che potrebbe far storcere il naso ai puristi dei temi legati alla religione. In somma superficie lo si potrebbe bollare come eretico. Un Ratzinger che beve birra ‒ seppur con garbo ‒ mentre si spacca testa e papalina per raccapezzarsi nel ginepraio che gli viene ordito intorno, non è materia che si tratti quotidianamente: non con questo stile, non con queste parole. Tantomeno il processo di canonizzazione di uno scrittore, figurarsi. E che miracoli può fare uno scrittore, trasformare l’acqua in inchiostro? Quello che Constaín mette in piedi è sì un giallo storico sullo sfondo di San Pietro, un argomento trattato in lungo ed in largo dalla letteratura di genere, ma mai con questa spudoratezza, sarcasmo e ironia. Ha anche il pregio non secondario di mettere al centro uno scrittore come Chesterton, non sempre apprezzato e comunque sempre troppo poco frequentato. C’è del grottesco che campeggia monumentale, la visuale di un retrobottega che non è santo né casto, né pio, né puro. È umano ed in quanto tale risponde a tutte le scempiaggini più basse e più bieche che il genere umano possa annoverare nel suo catalogo dei vizi. Si ride tanto, ma non aspettatevi un romanzo bacchettone e non aspettatevi la solita paccottiglia anticlericale che schiuma veleno su ogni clergyman intravisto. Constaín non ci racconta nulla di nuovo, ma mette sagacia nel farlo ed una buona dose di follia nel costruire una trama che ha nel paradosso il suo punto di forza e di slancio. Ma è quel paradosso tipico del teatro di Eugène Ionesco ‒ per dire ‒ in cui la realtà è di gran lunga più assurda della fantasia, in cui tutto viene estremizzato come una caricatura esponenziale, deforme, energumena nella quale la parte buffa e divertente altro non serve che a tratteggiare ed esaltare un risvolto cupo, a fare emergere le venature torbide e sordide di una trama che altrimenti si direbbe perfetta.



 

 

 

 
 
 
 

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