L’uomo che sapeva fare miracoli

L’uomo che sapeva fare miracoli
Tutti lo credono un genio. Lui non pensa di esserlo. E ieri ha chiesto agli altri di dirgli che razza di genio sarebbe, e loro non gli hanno risposto. Ripetono solo che lui è un genio, ma lui non crede di esserlo. A prescindere… È venuto al mondo in un canneto. Come succede ai topi. La madre prima lo ha messo al mondo, e poi lo ha messo in acqua. E lui si è messo a galleggiare… Un giorno a Kuznecov in casa si è rotto uno sgabello. Dunque esce per andare a comprare un po’ di colla da falegname, ma mentre cammina vicino a una casa ancora in costruzione gli cade un mattone in testa, e quando si riprende non ricorda più perché sta andando al negozio. Poi gli cade in testa un secondo mattone…
Scrittore, poeta e drammaturgo surrealista di natali sovietici, rinchiuso in una clinica psichiatrica e riabilitato soltanto nel 1956, ossia quattordici anni dopo la morte - perché la sua eccentricità certo non poteva piacere agli alti papaveri di un regime totalitario che, come tutti, punta al silenzio delle voci fuori dal coro - Daniil Charms è un narratore straordinario. L’uomo che sapeva fare miracoli è un catalogo di quadri, istantanee di vita. E soprattutto di sogno. Granchi parlanti, avventure inverosimili, personaggi impossibili che diventano credibili perché animati da uno sguardo bambino che non ha pregiudizi nei riguardi della realtà ed evade dal grigiore del banale. L’uomo che sapeva fare miracoli – ma con le parole – era proprio Charms, tutto sommato.

 

 

 
 
 
 
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