L’uomo che sorrideva

L'uomo che sorrideva

11 ottobre 1993, una serata svedese fredda e umida. L’anziano avvocato Gustaf Torstensson sta guidando nella nebbia verso la città di Ystad. Odia viaggiare col buio e con la visibilità ridotta: ha sempre paura di trovarsi davanti un ostacolo all’improvviso da quando anni fa ha investito una lepre. Oggi ha paura anche di qualcos’altro però, di quello che ha scoperto prima di partire dal castello di Farnholm. Certo, il suo cliente sa perfettamente che un avvocato è vincolato al segreto professionale: ma se invece temesse una fuga di notizie? Se fosse tentato di tappargli la bocca? Bisogna assolutamente confidarsi con suo figlio Sten, avvocato anche lui. Non può non sapere quello che Gustaf ha scoperto sulle attività di colui che ormai da qualche anno è il cliente più importante del loro studio legale, il padrone del castello di Farnholm, un imprenditore con interessi in tutto il mondo. I suoi pensieri sono interrotti bruscamente dall’apparire nella luce dei fari della sua automobile di una sedia al centro della strada. Una sedia senza schienale, forse uno sgabello, sul quale sta seduto un manichino dal volto bianco. Gustaf ferma l’auto, scende per capire, viene abbattuto con un colpo alla nuca, muore senza nemmeno accorgersene… Da più di un anno – da quando in servizio, durante una sparatoria, ha ucciso un uomo – il commissario Kurt Wallander è in congedo per malattia, incapace di tornare al lavoro, tormentato dagli incubi e dai ricordi: ha speso tutti i suoi soldi in un paio di viaggi da turismo sessuale al di là dell’oceano, si è ubriacato per mesi senza ritegno finché sua figlia non gli ha buttato tutte le bottiglie che aveva in casa e l’ha convinto a smettere prima di uccidersi. Profondamente depresso, lui si è rifugiato in una piccola pensioncina sul mare nella remota località danese di Skagen e qui ha maturato la decisione di ritirarsi dalla polizia. A turbare la sua “vacanza” solitaria arriva la visita di Sten Torstensson, un avvocato suo conoscente: vuole chiedere il suo aiuto perché è convinto che suo padre Gustaf sia stato assassinato mentre invece i colleghi di Wallander hanno archiviato il caso come incidente stradale. Kurt lo scolta ma poi lo liquida con poche parole di circostanza. Dopo qualche giorno, torna a Ystad per firmare le sue dimissioni da poliziotto ma scopre che Sten Torstensson è stato ucciso nel suo studio la sera precedente. Sconvolto, Kurt Wallander cambia idea all’improvviso: è ora di tornare al lavoro…

Il quarto romanzo della saga di Kurt Wallander, uscito nel 1994, è la cronaca incalzante di una indagine complessa. Il lettore conosce il colpevole – se non l’esecutore materiale, perlomeno il mandante – degli omicidi degli avvocati Torstensson sin dalle prime pagine, ma si appassiona ai tentativi dei poliziotti svedesi creati da Henning Mankell di arrivare alla verità nonostante le pressioni dall’alto, le false piste, gli errori, i pericoli e trattiene il fiato fino al finale un po’ affrettato. Nel tratteggiare la stagione tormentata del suo protagonista l’autore ricorre a qualche cliché hard-boiled (la voglia di autodistruzione, l’alcol, la solitudine) ma è comunque efficace e sa emozionare. Originali invece le numerose riflessioni di natura politica, le allusioni alla corruzione degli amministratori e all’inefficienza della polizia svedese, che in Europa a quanto pare detiene il record di casi irrisolti (l’omicidio insoluto del premier Olof Palme nel 1986 è ovviamente il simbolo di questa poco invidiabile particolarità). Meno originale e soprattutto meno credibile è il pur fascinoso villain Alfred Harderberg: un megamiliardario vive in un castello da Dracula circondato da guardie del corpo spietate e avvenenti segretarie in uniforme dall’aria hitleriana in una città svedese di media grandezza e un commissario di polizia espertissimo che lavora da decenni nella stessa cittadina lo ignora del tutto? Dai.



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