L’uomo che vendeva diamanti

L’uomo che vendeva diamanti

Gedaliah Berman non è sempre stato il ricco mercante di diamanti che Anversa conosce. È arrivato poverissimo da uno shtetl polacco insieme a sua moglie Rochl, che ormai chiama Rosa (ma solo davanti ad ospiti importanti) ed ha costruito la sua fortuna quasi dal nulla. Divenuto un uomo ricco e rispettato, non è tuttavia ancora riuscito a fare il salto di qualità che gli consentirebbe di raggiungere l’olimpo dei commercianti del suo ramo, quelli che trattano le pietre migliori e le più rare, che riescono a venderle ai gioiellieri più prestigiosi, un gruppo selezionato di uomini che fanno le leggi del mercato e per i quali si aprono le porte dell’alta società. Il suo capitale finanziario non lo aiuterà, ma le sue speranze di farcela attraverso il capitale umano generato dai suoi lombi sono costantemente frustrate dal triste spettacolo di suo figlio Dovid, pigro ed evanescente dietro le spire del fumo della sua pipa e le copertine dei libri che soli lo interessano; il dodicenne Jacques è troppo giovane per essere di una qualche utilità; non resta che affidare le sue speranze nelle mani delicate di sua figlia Jeanette, una leziosa giovane donna che riesce con lezzi e moine a estorcergli qualunque cosa ma che sacrificherà comunque sull’altare di un matrimonio di convenienza. Berman è circondato dall’adulazione strisciante del suoi tagliatori che farebbero qualunque cosa per accaparrarsi una pietra dalle mani del padrone, dalla pigrizia dei suoi venditori che accampano scuse per i propri insuccessi e presto sarà la guerra a porre fine ai suoi sogni, a riconsegnarlo a un desino di peregrinazioni a cui il suo popolo è abituato, di nuovo in Polonia, poi a Londra, mentre le dinamiche familiari si sfaldano come il mondo a cui è abituato…

Berman non è solo l’uomo che vendeva diamanti, ma la bravura di Esther Singer sta nel renderlo di volta in volta protagonista del piccolo mondo che racconta: è una figura complessa, sfaccettata e a suo modo profonda i cui pensieri, stati d’animo e riflessioni sul mondo che lo circonda sono resi con leggerezza ed ironia in cui non si può riconoscere una sorta di “marchio di famiglia”, essendo l’autrice la sorella dei più noti Isaac Bashevis e Israel Yoshua. Esther , di cui il fratello Isaac dice “Non scriveva bene come I.Y. Singer, ma non sono a conoscenza di una singola donna della letteratura yiddish che abbia scritto meglio di lei”, ha molto sofferto sin dalla tenera età del confronto soprattutto affettivo coi fratelli ed il suo talento è stato a lungo messo in ombra dalla loro soverchiante fama. Essi stessi non ne hanno preso atto se non rarissimi casi, facendole un grande torto da scrittori prima ancora che da familiari. Grazie al suo talento assolutamente originale, Esther fa molto di più che raccontare, mette in scena in maniera quasi tridimensionale i palcoscenici sui quali Berman rappresenta se stesso, mentre i fondali si alternano, i comprimari mutano, la trama si fa sempre più serrata. Gli eventi intimi della famiglia, come il matrimonio di Jeanette, il ritorno del padre di Gedaliah, le fughe di Dovid nell’accogliente casa di Gitele ed del tagliatore Leybesh, si intrecciano con i grandi eventi della Storia, il pogrom privato e familiare incrocia i passi delle grandi miserie europee di interi popoli. Nonostante Marina Morpurgo sia stata quella che Ugo Foscolo avrebbe definito “un traduttor del traduttor”, perché è partita non dalla versione originale ma dalla traduzione che Morris Kreitman ‒ figlio di Esther e a sua volta scrittore ‒ ha curato dall’originale in yiddish, l’opera non perde nulla della freschezza e dello stile peculiare di cui l’autrice aveva già dato ampia priva nel creare il personaggio di Debora, straordinaria protagonista femminile che dà il titolo alla sua opera prima.



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