L’uomo che voleva uccidermi

L’uomo che voleva uccidermi

Yoshino si sta preparando per un’uscita a cena con le amiche e mentre parla svogliatamente al telefono coi suoi genitori si dà gli ultimi ritocchi allo smalto sulle unghie. Liquidati in fretta mamma e papà, si appresta ad andare incontro a Sari e Mako all’ingresso del palazzo: forse le due ragazze non sono proprio amiche con la A maiuscola, ma sicuramente sono le due colleghe di lavoro con cui Yoshino ha legato di più da quando si è trasferita al Fairy Hakata, nel comune di Fukuoka, un edificio di trenta monolocali che ospita altrettante ragazze, venditrici porta a porta come lei, dei prodotti assicurativi Heisei. L’azienda ci mette 30.000 yen e le dipendenti altri 30.000: l’appartamento comprende un piccolo bagno e un angolo cottura che le ragazze però non usano quasi mai. Mako, la meno intraprendente delle tre, propone a sorpresa di andare a mangiare i gyōza da “Tetsunabe”: ma in quel caso dovrebbero arrivare fino a Nakasu, allontanandosi un po’ troppo, e a Yoshino l’idea non garba. Quella sera ha un appuntamento, qualcosa di veloce a sentire lei, e le sue amiche sono pronte a scommettere che si tratta di Masuo Keigo, uno studente universitario molto popolare e discretamente ricco, conosciuto qualche tempo prima in un bar di Tenjin; in quell’occasione il ragazzo aveva chiesto a Yoshino il suo indirizzo e-mail, ed effettivamente tra loro c’era stato uno scambio di messaggi, ma non si sono più incontrati da quella volta. Però a Yoshino piace far credere il contrario, spararle grosse e vedere l’invidia negli occhi delle amiche, soprattutto in quelli dell’insicura Mako, che sospira di continuo all’idea di avere uno straccio di corteggiatore. La realtà è che la ragazza non deve vedere Masuo neanche stavolta, bensì un altro uomo, Yūichi, che proprio in quel momento sta attraversando il tetro valico di Mitsuse, buio e pieno di curve pericolose, per recarsi all’appuntamento. Lui e Yoshino si sono conosciuti in un sito di incontri, e ora deve alla ragazza qualcosa come 18.000 yen per i “servizi” che Yoshino gli ha elargito nei vari “Love Hotel” della zona. Dopo cena Mako e Sari lasciano Yoshino sul luogo dell’incontro, all’ingresso del poco raccomandabile parco di Hakata, tranquillo di giorno ma simile ad un bosco buio di notte...

Yoshida Shūichi, considerato uno dei migliori crime writers giapponesi, esordì con L’uomo che voleva uccidermi (titolo originale Akunin) esattamente dieci anni fa, nel 2007, ricevendo alcuni premi importanti e vendendo più di un milione di copie; nel 2010 il libro ha inoltre avuto la sua trasposizione cinematografica per la regia di Lee Sang-il con il titolo di Villain (che è poi lo stesso titolo con cui il libro è stato tradotto in inglese), vincendo ben cinque Japan Academy Prize. Un successo a 360 gradi quindi, per una storia dalle tinte forti e dall’atmosfera cupa, ambientata in un Giappone che se in superficie sfoggia un nitore e un’efficienza di prim’ordine, sotto sotto nasconde un tessuto sociale profondamente disgregato e quasi alla deriva. La storia è ben scritta, ricca di personaggi ‒ diversi per età e per ceto sociale ‒ salti temporali e punti di vista. La narrazione si sviluppa attorno al brutale delitto di una giovane donna, un pretesto efficace per cominciare a sondare gli animi: i personaggi infatti, coinvolti in modo diretto o indiretto nella vicenda, reagiscono al fatto increscioso nei modi più disparati: c’è chi accoglie il fatto con cinica indifferenza, quasi fosse una seccatura, e c’è chi ha molto da recriminare sugli errori del passato; c’è chi si dispera e chi fugge, e chi trova la forza per superare finalmente le proprie insicurezze. Per qualcuno è addirittura l’input per lanciarsi a testa bassa in una romantica avventura: improbabile perché nata sotto i peggiori auspici, ma pur sempre una piccola, gradita oasi ristoratrice nel bel mezzo di un’arida esistenza. L’autore contrappone la vecchia generazione ‒ fatta di padri e nonni, che cerca di andare avanti con dignità aggrappandosi a valori ormai fuori moda ‒ alla nuova, intrisa di superficialità, nella quale solitudine e alienazione sono una triste costante. La sua critica va tutta in direzione di quest’ultima, ponendo l’accento sull’incapacità della società moderna di costruire dei rapporti sinceri e autentici e sull’ossessione del raggiungimento e mantenimento dello status, possibilmente ottenuto con il minor sforzo possibile. Masuo e Yoshino, in tal senso, sono un esempio perfettamente calzante: lui una sorta di buffoncello figlio di papà pronto a calpestare impunemente i sentimenti altrui, lei una che trova un modo “ingegnoso” ‒ ed estremamente pericoloso ‒ di arrotondare gli scarsi guadagni, custoditi (neanche a dirlo) dentro un prezioso portafoglio di Vuitton.



 

 

 

 
 
 
 

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