L’uomo di fil di ferro

Roma,  fine maggio 1998. Un insigne e anziano astronomo viene trovato privo di sensi sul pavimento della sua casa, in un tranquillo quartiere residenziale. Sulla lavagna del suo studio, un misterioso visitatore ha vergato decine di formule chimiche e matematiche con una grafia talmente precisa da sembrare inumana. La scrivania è ingombra di libri, come se per tutta la notte si sia svolta una discussione animata su temi scientifici. Ma su cosa sia realmente successo in quella casa nelle ultime ore non si può far davvero luce perché lo scienziato è in preda al delirio. Chi o cosa può averlo spaventato così? Qualcuno però in realtà c’è, che ha visto qualcosa: un gruppo di ragazze afferma di aver notato uno strano individuo bardato con un vestito da meccanico, uno sciarpone a nascondere il viso e guanti di pelle, prendere un tram notturno esibendo una tessera da operaio siderurgico degli Stabilimenti Falqui. E l’autista di un tir tedesco da 90 tonnellate che transitava proprio a pochi chilometri dagli Stabilimenti Falqui giura di aver investito “un negro sottoposto a una bizzarra galvanoplastica” senza che il misterioso individuo abbia subito dal terribile urto apparenti conseguenze, mentre invece la parte anteriore del camion è andata in pezzi...
Pubblicato a puntate sul “Giornale illustrato dei viaggi” nel 1930 e in volume da Sonzogno nel 1932 prima di essere “ripescato” da Finisterrae, L’uomo di fil di ferro è uno dei due romanzi firmati da Ciro Kahn (o Khan), pseudonimo di un autore ignoto, probabilmente un mestierante della narrativa da edicola, del pulp autarchico del Ventennio. Malgrado le umili origini, l’opera vanta “padri illustri” – il Frankenstein di Mary Shelley, il R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti) di Karel Čapek e, in misura minore, il Metropolis di Fritz Lang. Nascoste sotto alla verbosità dello stile (con tanto di sottotrama rosa da “telefoni bianchi”) ci sono alcune trovate davvero esplosive: naturalmente il tema della robotica, ma anche la pervasività sociale e “urbanistica” della pubblicità. Fatalmente meno felici altre intuizioni, come l’eccessiva difficoltà di comunicazioni televisive e telefoniche avanzate. Curiosa invece l’inversione di previsioni sul trasporto aereo e marino: secondo l’autore nel futuro ci sarebbero volute 24 ore di aereo per viaggiare dal Canada a Roma ma solo 4 giorni di nave! Immaginario tecnologico e fascino fascio-steampunk a parte, il romanzo sembra avanzare anche una sorta di critica sociale (giova ricordare che è stato scritto durante una dittatura, con gli italiani in piena “luna di miele” col regime mussoliniano) e addirittura a tratti si sente il profumo della sedizione. Delizioso. Il libro. E anche il profumo.

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