L’uomo in rivolta

L’uomo in rivolta
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“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, tuttavia non rinuncia: è anche un uomo che dice di sì...”. Albert Camus prosegue la propria riflessione sul significato e sull’assurdo dell'esistenza, sulla sfida al tiranno e ai tiranni che le esistenze singole e collettive hanno lanciato durante il lungo processo della storia e del pensiero: “Questo saggio si propone di proseguire, di fronte all’omicidio e alla rivolta, una riflessione iniziata intorno al suicidio e alla nozione di assurdo”. Il ragionamento si dipana in cinque capitoli: L’uomo in rivolta; La rivolta metafisica; La rivolta storica; Rivolta e arte; Il pensiero meridiano. Archetipi della rivolta nella mitologia e nella storia antiche sono le ribellioni di Prometeo, di Antigone, di Achille, di Edipo, di Spartaco, espressioni di uguale rifiuto sia della servitù, che toglie responsabilità e dignità, sia della tirannia, che toglie libertà ed eguaglianza. Nel mondo moderno poi la rivolta nasce dalla volontà, legittima e fondamentale, di affermare valori, di “cambiare il mondo”, di seguire un’utopia. È qui che la riflessione sulla rivolta coinvolge anche la riflessione sull’omicidio: se la rivoluzione nel momento della sua “stabilizzazione” (il riferimento è all’Unione Sovietica di Stalin) autorizza torture, condanne a morte, campi di reclusione, significa che “il nostro tempo ammette agevolmente che l’omicidio abbia una sua giustificazione”…

A pochi anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale e con la guerra di Corea in pieno corso, nel 1951 Albert Camus, dando alle stampe L’uomo in rivolta, opera estremamente documentata e meditata, lanciò una sfida agli intellettuali europei del suo tempo: può avvenire che le rivoluzioni si autodistruggano autorizzando e mettendo in atto comportamenti distruttivi della dignità e della persona umana? La risposta per il nostro era affermativa. Jean Paul Sartre, che di Camus era stato collaboratore ed amico, lanciò una durissima critica alla tesi del libro giudicando, tra l’altro, che l’assunto di Camus troppo si prestasse ad essere strumentalizzato dalle forze reazionarie in quegli anni di estrema tensione tra le forze occidentali e il blocco orientale. Questione filosofica ancor prima che politica, il dibattito molto acceso tra i due pensatori coinvolse profondamente sia gli intellettuali che l’opinione pubblica europea e mondiale assumendo anche le dimensioni di un altissimo confronto fra titani: nel 1957 Camus avrebbe infatti ricevuto il Premio Nobel, nel 1964 Sartre lo avrebbe rifiutato. Come immaginare un dibattito più coinvolgente e più elevato? E se vivere è ribellarsi, se esistere è tesa compenetrazione di pensiero e di azione, se la rivoluzione è la sola possibilità per l’uomo di dare un senso a un mondo dominato dal non senso come evitare le cadute nella violenza e nella sopraffazione? Il saggio di Camus non offre una soluzione all’antinomia fra legittimità, anzi ineluttabilità, della rivolta e sue cadute e degenerazioni violente, ma offre materia al pensiero, dona infiniti spunti di riflessione fino a delineare un uomo in rivolta che nelle ultime pagine del libro assume tratti quasi ascetici: “Nella luce, il mondo resta il nostro primo e ultimo amore. I nostri fratelli respirano sotto il nostro stesso cielo, la giustizia è viva. Allora nasce quella gioia strana che aiuta a vivere e a morire”.



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