L’urlo e il furore

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Mississippi, 1928. Benjy che guarda i ragazzi giocare a golf attaccato allo steccato. Cercano una pallina, parlano, lo prendono un po’ in giro. La bandierina rossa sventola “sull’erba lucente e in mezzo agli alberi”. A lui piace quando dicono la parola “caddie”, gli ricorda la sorella Caddy. 1902. Benjy che segue Caddy al di là di quello steccato, è la prima volta in vita sua che lo scavalca. Non bisogna farsi vedere da nessuno. Si sentono grugnire e grufolare i maiali. “Forse sono tristi perché oggi ne hanno ammazzato uno”, dice la sorella. 1902. Benjy che vuole uscire, ma fuori è troppo freddo, dice la mamma. Zio Maury cerca di convincerla che non farà male al bambino, se si copre bene. La mamma esita, sembra gravata da un enorme peso. “Lascialo andare, Caroline. Finirai per ammalarti a furia di pensare a lui”. 1928. Benjy che segue goffamente Luster, un ragazzino figlio del personale di servizio, in cerca di un quarto di dollaro smarrito, forse è vicino al ruscello. “Non puoi smettere di gemere e sbavare? Non ti vergogni a fare tutto questo casino?”. Attraversano la stalla. La stalla è vuota, i box aperti senza più cavalli. 1902. Benjy che segue Caddy alla scoperta della fattoria. “Tieni le mani in tasca o ti si geleranno”, gli dice. Nella stalla è pieno di vacche, i bambini fantasticano sul salire in groppa a una di loro ma rinunciano. In lontananza, accanto al ruscello, si vede del fumo salire. “È là che ammazzano il maiale”, spiega la sorella con aria grave e assieme morbosa…

Quando nel 1929 – anno funesto – esce L’urlo e il furore (in originale The Sound and the Fury, che è un’altra cosa), William Faulkner ha trentadue anni e il fuoco della letteratura gli arde nel cuore. Sta scrivendo diversi romanzi contemporaneamente (alcuni usciranno quello stesso anno, altri in seguito), è ambizioso e talentuoso, vuole lasciare il segno. Per esempio, con questo romanzo in quattro parti raccontate da diversi punti di vista e senza linearità temporale, con gli eventi che si susseguono in uno stream of consciousness inarrestabile e indomabile. La prima metà del XIX secolo negli Stati Uniti ha visto l’ascesa di molte dinastie di proprietari terrieri del Sud, famiglie aristocratiche che hanno definito e glorificato un sistema valoriale tradizionalista basato sulla cavalleria, l’onore, la moralità (o, almeno in parte, la semplice narrazione di questo presunto sistema valoriale, fondato largamente sullo sfruttamento della schiavitù). La Guerra di Secessione con la vittoria del Nord devastò il mondo di queste famiglie, dal punto di vista economico, sociale e persino psicologico. L’intento di Faulkner qui è fotografare questo sfacelo: i membri della famiglia Compson, seguiti durante circa un trentennio, sono la negazione vivente dei valori tradizionali dei quali teoricamente dovrebbero essere i portabandiera. Ma è soprattutto il deserto affettivo nel quale si muovono, a colpirci: avidità, ipocrisia, alcolismo, ipocondria, depressione, rancori e rimpianti la fanno da padrone e il velenoso paradosso voluto dall’autore è che alla fine ad insegnare l’amore a tutti sia Dilsey, la mami, l’unica capace di rimanere coerente con i suoi valori senza lasciarsi corrompere dall’egoismo e dal narcisismo. Non è però una saga familiare nel senso classico del termine, questa. Rossella O’Hara non c’entra nulla e gli amanti di intrighi sentimentali e romanzo in costume rischiano di rimanere molto delusi dalla lettura. O meglio spiazzati, perché lo sperimentalismo dello stile usato da Faulkner, la sua gestione del tempo e dello spazio rendono la lettura faticosa e non sempre felice – tanto che in appendice è presente una guida alla famiglia Compson che ne segue le vicende, finalmente in ordine cronologico, dal 1699 al 1945. Quando all’autore si faceva notare la difficoltà provata da molti lettori a seguire il flusso narrativo de L’urlo e il furore spiegandogli che molti sostenevano di non capire alcuni passaggi anche leggendoli due o tre volte, lo scrittore rispondeva: “Beh, allora li leggano quattro volte”. E forse, ironia e disappunto di Faulkner a parte, il suggerimento è azzeccato. Spiega Emilio Tadini nell’introduzione: “Nessuno scrittore europeo ha mostrato di essere direttamente influenzato dalla scrittura di James Joyce. Faulkner, lui, è come se se lo fosse mangiato avidamente, l’Ulisse di Joyce – tecnica, fissazioni, rivelazioni e tutto. Ed è come se ne avesse ricavato un abbondante nutrimento”. C’è molto di cerebrale nella costruzione de L’urlo e il furore e al tempo stesso – come il titolo (citazione dal Macbeth, ndr) pare suggerire – c’è una potenza sotterranea che scorre sotto le parole, un flusso di emozioni incontrollate e spaventose. “Un poema sinfonico in quattro tempi”, lo ebbe a definire Attilio Bertolucci, quasi scusandosi subito dopo: “Ho usato una metafora un po’ sdrucita, sdata, viex jeu, ma non mi era facile trovarne una più pertinente per un romanzo che romanzo di sicuro è, ma tanto più coinvolgente — magari esasperante — quanto meno modellato sugli schemi della narrativa tradizionale, tutto volto come è al gioco di rimandi e abbandoni, fughe e riprese, inabissamenti ed emersioni che sono propri appunto di certe composizioni musicali d’ampio respiro”.



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