L’uroboro di corallo

L’uroboro di corallo
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La vita della catanese Anastasia Buonincontro è scandita dalla certezza di riti quotidiani e di appuntamenti sempre uguali: al pomeriggio tè e biscottini, a sera una tazza di Orzoro, qualche posta di rosario prima di addormentarsi. A settantuno anni, Anastasia è ancora una donna piacente ed elegante, ma il suo carattere remissivo è da sempre la sua condanna ad una vita modellata da altri, in cui “voglio” e “mi piace” non hanno mai avuto diritto d’asilo. Prima era sua madre a decidere per lei ogni cosa, poi il marito, anzi l’ex-marito, uno stimato archeologo che l’ha abbandonata per una giovane studentessa dai capelli patinati. Ora il bastone del comando è passato alle figlie, Doriana, donna in carriera, risoluta, sposata, ma in piena crisi matrimoniale è proprio l’opposto di Nuvola che - quando si dice nomen omen - è una sognatrice, ha trentasette anni, aspetta il suo principe azzurro e intanto si consulta con l’amica Teresa, sociologa disoccupata e “tarocchista” molto impegnata. Chissà cosa penserebbe di lei e delle sue figlie quella perbenista di sua madre, pensa Anastasia, se poi sapesse delle sue recenti frequentazioni, ovvero, le cugine “venute dal continente”: Myrna, Alida e Claretta, sempre bollate come strafallarie dai giudizi senza appello della mamma. L’occasione per re-incontrare le cugine è l’eredità ricevuta da una comune zia lituana: un palazzetto decadente in una zona malfamata di Catania e una scatola piena di chincaglierie, che le donne decidono di spartirsi. Ad Anastasia va in sorte una spilla che raffigura un serpente, l’uroboro, simbolo di rinascita e ritenuto dotato di poteri magici. Chissà com’è, chissà perché, ma da quando indossa quella spilla, Anastasia si è scoperta una donna diversa, coraggio a e sicura di sé. L’originale gioiello, che sembrerebbe non valere nulla, è in verità un oggetto molto ambito dal sinistro Cavalier Santospirito, improbabile esperto di esoterismo, disposto a tutto pur di impossessarsi dell’uroboro di corallo. E intanto, dall’altra parte del mondo, in Guadalupa, altri fili si intrecciano, intessendo la trama della nuova vita di Anastasia…

Secondo il teorema di Thomas se definisci una situazione come reale, essa sarà vera nella sue conseguenze. Il teorema sociologico è il presupposto teorico del romanzo di Rosalba Perrotta, siciliana, già docente di sociologia nell’Ateneo catanese e romanziera esperta. Non è certo il potere magico dell’uroboro a innescare il cambiamento positivo nella vita di Anastasia, quanto piuttosto la sua fiducia che ciò possa essere possibile. Fiducia che le consentirà di uscire dal bozzolo dell’insicurezza e di alleggerirsi del fardello di un’identità costruita da altri e per gli altri e poco aderente ai suoi veri desideri. E il cambiamento - sussurra tra le righe la Perrotta - è sempre possibile, anche a settantuno anni. Insomma, non è mai troppo tardi per ricominciare, riprendere le redini della propria esistenza ed essere ciò che ci rende autentici. Con una scrittura frizzante e colorita, l’autrice riesce a raccontare, divertendo, vicende umane e realtà sociali oggetto della ricerca accademica. Non indugia nelle descrizioni, ma costruisce e caratterizza ogni personaggio attraverso l’agire e i dialoghi, impreziositi qua e là da ben dosate gemme del dialetto catanese, che anche i non avvezzi al dialetto siciliano potranno gustare grazie al “dizionario siciliano-italiano (a modo mio)”, curato dalla stessa autrice e fornito a corredo.



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