La ballata dei sassi

La ballata dei sassi

Ettore, detto il “Moro”, è ancora “nu criaturo”, è un ragazzino di undici anni. A quel punto della sua vita crede che il paradiso sia simile al forno di un panettiere e ha un sincero culto per i biscotti. Ha un sorriso già maturo: pieno, largo, vero. Ha tre amici: Pietro il Santo, Paolo il Grosso ed Eustachio la Scorza, maggiore di pochetto, tre anni. La guida del Moro è il nonno: si chiama Ettore, proprio come il nipote; per il nipote e i suoi compari, è “il Grigio”. Il Grigio è uno “cresciuto con pane e sacrificio, un eremita forgiato dal vento teso della Murgia e istruito dai silenzi della pietra”: duro come la pietra, è uno che sa restare fermo, come nulla fosse, anche sotto il peggior temporale. Muso scavato, pelle imbrunita dal sole, barba corta, capelli cinerini, mossi, occhi azzurri, di ghiaccio, uno sguardo che sa vedere la bellezza dappertutto. Come cognome fanno Svevia, ricordo lontano dei secoli di Federico II: “e se ci penso, quell’uomo dal nome mitologico, alto come una ferula, nervoso, con le scapole e le clavicole spigolose sulle quali l’inverno poggiava una mantella nera da brigante, era l’imperatore della nostra Murgia”: le ricchezze di quella Murgia si chiamano timidezza, semplicità, rigore e umiltà. “Il vero peccato originale è venire al mondo e non conoscere le rughe della propria terra”, dice il Grigio. E il nipote, Ettore, nonostante sia criaturo ha capito bene la lezione: è uno che crescendo ha già ben chiaro perché il Grigio se ne stava tanto tempo, fermo, a fissare i panorami della Murgia. Incontriamo il Moro, il Santo, il Grosso e la Scorza mentre se ne vanno, “vento in faccia, a superare pietre incerte, tappeti di rosmarino e uno due e tre salti fino all’ultimo centimetro di terra prima del vuoto assoluto, prima del grande spettacolo della Gravina”. Scorza s’è accorto che il Moro va troppo piano. Va stranamente piano. Che è successo? Tutto a posto? Il Moro, a quel punto, apre lo zaino e tira fuori una gabbietta. Nella gabbietta c’è un falco grillaio. Mesi prima l’ha salvato, quando era cucciolo – adesso s’avvicina il momento di liberarlo, dopo tante cure. S’avvicina il momento di liberare Trinità. Perché l’ha chiamato così? “Trinità mi piace, ha a che fare col il volo dello Spirito Santo che fanno i grillai”. E così, ecco il Moro che apre la gabbia, prende delicatamente Trinità e va verso il grande vuoto: si sente come uno di quegli acrobati del circo che camminano sulle corde a tanti metri d’altezza, là, sul ciglio della Gravina: “Guardo tutti e tutti guardano me, silenzio forte, solo vento, sole giusto, avvicino i miei occhi a tanto così da Trinità, mi osserva, stride. Dico ciao e lo lancio in aria più in alto che posso”. E il falco vola, va. “Eccolo qua, lo Spirito Santo”. I ragazzi corrono per seguire le sue traiettorie, poi arrivano davanti al mare di nulla e ridono, ridono un sacco. Hanno ridato libertà a un essere vivente, l’hanno restituito alla sua natura. Quella lezione il piccolo Moro se la ricorderà per bene, da grande, quando sarà il momento di decidere cosa essere, quando sarà il momento di tornare...

Carlos Solito, poliedrico e vulcanico artista pugliese (fotografo, regista, giornalista e scrittore), classe 197*, originario di Grottaglie, ha esordito, a buon livello, in narrativa, pubblicando il caotico, vivido e giovanile Sciamenescià per Elliot, nel 2016; a due anni di distanza ecco La ballata dei sassi, confezionato dalla Sperling con una copertina che va ibridando una notte stellata di Mariantonietta Salvatore (chiaramente debitrice del famoso olandese) con una foto carlosolita di Matera. Cosa accomuna i due libri? La vivacità, la scrittura parlatissima, la ripetuta chiassosità, la polifonia; l’adorazione per le radici, per la cultura mediterranea; l’epifania, qua e là, di un paese salentino amatissimo, “El Paiso”; la sensazione che, soprattutto nel caso di Sciamenescià, ci si trovi più dalle parti della raccolta di racconti, di sketch e di frammenti, non sempre compatta: una raccolta assemblata a posteriori, non senza fatica, come romanzo; la limpida possibilità, infine, che diverse pagine diventino performance, o comunque come performance siano state pensate. A Carlos Solito serve – servirà – un editor “metronomo”: serve trovare più equilibrio, serve lavorare diversamente e più a fondo sulla struttura, serve evitare di sovrapporre episodi (o scritture, in genere) nate in contesti diversi, probabilmente per pubblico diverso, serve asciugare l’aggettivazione; è un artista dalla scrittura spumeggiante, periodicamente a rischio capitombolo (retorico o enfatico) per l’eccessivo sentimento, per l’intensità davvero ragazzina. Un funambolo entusiasta: più adatto a raccontare vite che a tessere trame. È uno scrittore decisamente visivo e in questo senso la sua pluriennale attività da fotografo non può che avere avuto un’influenza decisiva. Sentite come descrive, ad esempio, Craco: “Il borgo fantasma s’impenna dalle crete, sale, sembra una piramide con una cuspide tozza quadrata che è il torrione dell’antico castello. Guardo le facciate delle case vuote, dolenti, ventose. Le aperture nere delle porte e delle finestre sono cavità oculari, conche nasali, mascelle spalancate di antichi crani che, piano piano, sole dopo sole, estate dopo estate, pioggia dopo pioggia, inverno dopo inverno, stanno allargando le crepe delle suture. Montedoro, si chiama anche così, è la grande tomba della civiltà contadina sorvegliata, come accade sul grande plateau di Giza, da una sfinge. Laggiù di pietra, qui di legno e foglie”. La ballata dei sassi è nato, originariamente, come racconto: un racconto destinato al sito della briosa rivista “Vanity Fair”; stessa sorte ha avuto il capitolo “Una notte, due passi a Milano”. A dar retta allo scrittore, il libro è nato “dopo un isolamento di sessantacinque giorni, quasi tutti lucani, intervallati a incursioni pugliesi, ritorni irpini e una fuga in Giordania: il solito girotondo”. Diversi passi sono stati prima pubblicati sui social network: “frasi, pensieri, azzardi in versi”, riferisce l’artista, nei ringraziamenti.



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