La ballata del pugile suonato

La ballata del pugile suonato
Questa è la storia di Claudio Orsini detto Gugia, nato nei primi anni del ventesimo secolo a Pianariva, paesello allocato alla confluenza del fiume Olona con il grande e imprevedibile Po, che da povero garzone di bottega divenne campione europeo di pugilato nella categoria pesi medio-leggeri. Ed è il miglior modo, questo, per cominciare una vera storia d’altri tempi. Il giovane Claudio infatti arrivò a Milano nei primi anni Trenta, orfano di padre e madre, e fu allevato dalla sorella Luisina, sarta di professione. Intelligente, iperattivo, volubile di carattere, passava gli inverni a Milano e le estati a Pianariva, nella vecchia casa di famiglia dove la sorella trasferiva il laboratorio. A Milano, ancora lontana dall’essere metropoli, s’innamorò perdutamente di Giacinta, figlia del padrone della bottega dove aveva trovato lavoro. Lei, bellissima, non lo ricambiava di certo: altro ceto, altra vita, morosando di nascosto dal padre con un tale Oscar Brambilla, bello e virilmente sportivo. Ma il vecchio sospettoso ordinò proprio al Gugia di seguire la ragazza e quando, scoperti, i due contendenti vennero alle mani, quello a finire k.o. fu proprio Brambilla, sebbene il garzone avesse improvvisato i pugni senza badare alla tecnica. Ma il destino volle che proprio l’Oscar dovesse rappresentare il Gruppo Rionale Fascista Oberdan al torneo dei novizi. Così, per sostituire il rivale perdente, il Gugia fu obbligato dalla Milizia Fascista a prendere lezioni di boxe, imparando l’arte del darle e riceverle, diventando il pochi mesi il miglior dilettante di Milano. E quando scoppiò la guerra in Europa, il Gugia ottenne d’essere esonerato dal combattere, diventando prima campione d’Italia e poi d’Europa. Ma quanti pugni presi, oltre che dati! Tanti che al Gugia cominciò a suonare la campanella in testa all’improvviso e di combattere sul ring non se ne parlò più per un bel po’. Perciò, via in guerra, fino al Don e poi ritorno. E la vita per lui non fu più la stessa, una volta fatto ritorno al paese natale occupato dai tedeschi quasi sconfitti. Si mise a pescare di nascosto e a rubare polli con Enrico Secchi detto Ehé Pum Pum, disgraziato che oltre a queste parole sapeva solo dire “Can ta tìu”, bestemmia facile da capire. Finì conteso tra partigiani e fascisti, proprio lui, che di guerra e politica non fregava niente. Solo di cibo, vino e donne…
E’ difficile riassumere in modo onorevole questa storia dal gusto antico, così piena di paesaggi e di persone, di umori e avvenimenti. Una storia davvero buona da leggere e immaginare. Gianni Brera, che aveva la capacità di descrivere un evento sportivo come fosse un’avvincente capitolo di un bel romanzo, ci mostra i luoghi della sua infanzia così come li visse a San Zenone, in riva al Po, chiamandolo col nome di Pianariva, popolandoli di figure ricche di sentimenti e di emozioni, arrivando a farci assaggiare i piatti poveri dell’epoca, tracannare del loro vino, indispensabile più dell’aria e del tabacco. Il fiume, il Po, è una presenza costante, ingombrante e necessaria durante tutto l’arco di vita dell’uomo e del libro. E Brera ci prende sottobraccio, portandoci sulle rive sabbiose, elencandoci i pesci piccoli e grossi che sfrigoleranno di lì a poco sulle braci improvvisate di un bivacco clandestino. Così, ci sembra veramente di vedere il Gugia arrivare in bicicletta, scendere con un balzo ed entrare nella casa di Celeste, la ragazza dal bel corpo ma dal dentone enorme e mai curato tanto da deformarle il labbro, per iniziarla ai piaceri del sesso da troppo tempo rimandati. E poi la guerra, altra costante minacciosa e implacabile, ci porta a seguire la sua vita sballottata tra fascisti e partigiani, che di lui vedranno sempre o il traditore o il famoso campione di pugilato, esempio di virilità e di resistenza. Eppure il Gugia non sarà mai del tutto né dalla parte di questi né dalla parte di quelli, troppo impegnato a schivare ganci invisibili, inesistenti dritti al mento, immaginari colpi bassi. Un’autodifesa ereditata dai tanti combattimenti, vinti sì, ma a quale prezzo, che gli hanno regalato questa reazione incontrollabile, che gli fa alzare la guardia e puntare il piede sinistro ogni volta che si sente in pericolo.

 

 

 

 
 
 
 
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