La ballata di Adam Henry

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Londra. Il giudice Fiona Maye dell’Alta Corte Britannica è in casa, sdraiata su una chaise longue con lo sguardo perso nel vuoto.  Il camino è spento e sul tavolo di legno di noce spicca un vaso azzurro. Fiona non ricorda quale sia l’ultima volta in cui vi abbia messo dei fiori. In terra, le bozze di una sentenza che dovrebbe esaminare. Poco prima, il marito Jack le ha sottoposto ben altra problematica: quella del loro matrimonio e della loro - ormai assente - vita sessuale, situazione complessa in cui sta assumendo un suo ruolo anche una certa Melanie, ventottenne esperta di Statistica. Fiona, però, preferisce rifugiarsi nel lavoro. Di lì a poco incrocerà le vicende della famiglia Henry, testimoni di Geova, portati alla sua attenzione dall’ospedale dove è in cura il diciassettenne Adam, malato di leucemia. Adam, con l’entusiasta approvazione dei suoi genitori, pur di non contravvenire alle regole del loro credo, si rifiuta di sottoporsi a delle trasfusioni di sangue che gli permetterebbero di proseguire la sua terapia di guarigione. I dottori, però, non hanno alternative, se Adam resterà sulle sue posizioni, se non accetterà quel tipo di cura, non avrà speranza di sopravvivere…

Con The Children Act, titolo originale dell’opera, sembra di ritornare al McEwan di una volta, non quello più audace dei racconti, ma a quello più severo degli anni novanta che contrapponeva violentemente religione e scienza ne L’amore fatale. Questa volta McEwan esplora il mondo della legge, del diritto e della medicina, scegliendo un “caso” in cui il bene dell’individuo può essere messo a repentaglio dalla propria fede. McEwan, come ci si poteva aspettare, insieme alla sua protagonista Fiona Maye, si pone dalla parte più razionale del dibattito, lasciando assai incerti i meriti che un forte credo religioso possa avere sulla vita di un credente. Nello specifico, il confronto tra religione e medicina risulta quasi impari, tanto più che, verso la fine, esso viene quasi strumentalizzato da Adam per affermare una scelta di vita che sembra una grottesca farsa del conflitto iniziale. Un McEwan più classico, dunque, che ci riporta indietro di quasi vent’anni, forse meno impietoso verso i suoi personaggi, sempre viscerale nel descriverli, ma mai accondiscendente in quelle dialettiche che ama creare tra di loro. Spunto del libro, una sua recente fascinazione, poi, per le sentenze giuridiche, che – come si legge in un articolo firmato sul “Guardian” e recentemente tradotto su “Internazionale” – egli scopre come un vero e proprio genere letterario, un calderone di storie vere e già pronte alle quali ispirarsi.



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