La ballata di Circe

La ballata di Circe

Quando gli anziani del paese vedono passare una bella donna dicono: “Ma quiddhra l’a ‘ssaggiata la rucola de l’Orte?”. Da dove nasca questo modo di dire dialettale non è dato saperlo, ma molte leggende tentano di spiegarlo. La verità è ben diversa e non ha nulla di leggendario, perché ci sono fatti documentati. C’era una salentina bellissima di nome Circe, figlia della Malafemmina, una donna giunta lì da sola e senza un marito e che, cosa ancor più terribile e inconcepibile per la mentalità gretta dei locali, continuava ad avere diversi uomini, a cui dispensava il suo amore in dosi generosissime. Ulisse invece veniva da lontanissimo, e in realtà si chiamava Mohammed, ma tutti lo chiamavano Joe Strummer come il leader dei Clash, per la cresta e l’attitudine punk sia nella musica che nella vita. Partì da Ankara, la sua casa, perché aveva fatto un errore troppo grande: aveva amato Nina, la donna di un boss, erano i Romeo e Giulietta del Bosforo, e Nina aveva pagato il tradimento con la vita. Ulisse era riuscito a scappare e a sfuggire al destino che sarebbe toccato anche a lui. La fuga, anche se a malincuore, anche con la morte dentro per la perdita dell’amata, nelle sue intenzioni avrebbe dovuto portarlo in Inghilterra a suonare il suo punk. Il Mediterraneo fu la sua traversata nell’Ade, uno scafo fu la sua barca di Caronte, finché non arrivò nel Salento. Non sapeva cosa c’era ad attenderlo, non sapeva che l’amore sarebbe tornato a trovarlo con le sembianze di Circe…

Dopo La parmigiana e la rivoluzione e Artusi Remix, Daniele De Michele torna a scrivere e stavolta intraprende il sentiero della narrativa, abbandonando per giunta il fortunato pseudonimo “donpasta” che lo aveva accompagnato anche nel suo racconto inserito nella raccolta noir del 2011 Sangu. Quella di Ulisse e Circe è una favola amara che rievoca in chiava moderna l’Odissea di Omero (verso metà libro farà addirittura capolino un antagonista soprannominato Polifemo). Il topos che riecheggia è quello dell’amore contrastato e dei destini che si uniscono mediante il viaggio attraverso una distesa di mare, ma le coloriture che la storia assume sono del tutto nuove. Innanzitutto lo sforzo dell’autore è quello di narrare gli eventi con un certo distacco da cantastorie, pur rimanendo ancorato alla vicenda e volendola presentare come vera e documentata. Proprio questa ricerca esasperata di realismo non può non tradursi in un richiamo all’attualità, e quindi alla realtà del Salento in modo specifico. Ecco dunque venir fuori una serie di personaggi opachi che inquinano la bellezza di questa terra, e l’Odissea post-moderna si trasforma in una cronaca dai campi salentini, una denuncia del decennale dramma del caporalato che attanaglia l’angolo estremo di Puglia meridionale. La ballata di Circe è un libro breve e godibile, ma è soprattutto un libro necessario a professare l’indignazione nei confronti dello sfruttamento e la totale estraneità di una terra di accoglienza come quella salentina rispetto a episodi di intolleranza e razzismo che nel difficile momento storico che viviamo spesso si verificano e non sono sufficientemente stigmatizzati.



 

 

 

 

 
 
 
 

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