La ballata di SadJoe

La ballata di SadJoe
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Un manager scopre una cantante promettente in un piccolo gruppo punk e la convince a scegliere una carriera solista, a mollare il vecchio gruppo e pure ad andare a letto con lui: il batterista SadJoe, boyfriend della ragazza, non gradisce; tre soldati russi in avanscoperta in Cecenia scoprono una villetta abbandonata dove è nascosta una anziana donna cecena; in una New York popolata di animali selvaggi il figlio di un cacciatore di leoni incontra un ragazzo che sostiene di essere la personificazione del sesso; un ex giocatore di football delle giovanili parte alla ricerca di una ragazza con la quale aveva avuto un flirt tanti anni prima; un uomo passa le giornate chiuso in un bunker dopo una guerra globale; una aspirante attrice ha il problema di essere la sosia di una diva delle soap; un ragazzo conosce una ragazza, e lei inizia a tempestarlo con i racconti sul suo mitico padre; una coppia di gay scoprono di essere sieropositivi e decidono di presentarsi volontari per lo studio di un nuovo cocktail di farmaci...
Come molti altri romanzieri, David Benioff fa seguire al suo eccellente esordio, La 25esima ora un’antologia di racconti. Come pochi altri romanzieri, i suoi racconti sono all’altezza – se non addirittura superiori – alla sua fulminante opera prima. Una galleria di personaggi tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore di essere stati ritratti in una fase di auto-scoperta e di riflessione sulla vita, una fase che passerà perlopiù invano, lasciandoli con più domande che risposte. Benioff è un narratore vecchio stile, almeno nel metodo, se non nel linguaggio: crea una premessa interessante, la fa sbocciare e la lascia vivere. C’è una ragione molto semplice per il successo millenario di questo approccio: è piacevole leggere belle storie. E le storie raccontate in La ballata di SadJoe (un buon 90%, diciamo) sono talmente belle che non ci si accorge degli spunti di riflessione che contengono se non dopo aver posato il libro sulle ginocchia per qualche minuto. Operazione compiuta con aria sognante, giurano i testimoni. Difficile stilare graduatorie di merito quando si ha a che fare con gioielli come “Il diavolo a Orekhovo” (uno dei più efficaci manifesti antimilitaristi che io abbia mai visto), “A piedi nudi nel trifoglio” (risalire il cammino della memoria è emozionante ma spesso doloroso, e Benioff con questo racconto ce lo conferma, dipingendo un acquerello di rabbia e rimpianti sullo sfondo della provincia americana da applausi) o “La ballata di SadJoe” (chi ha militato in gioventù in gruppi rock et similia saprà commuoversi di fronte all’energia emozionale del batterista punk protagonista). Ma forse la palma di racconto migliore del libro va a “Si dice merde, non buona fortuna” che ripropone all’attenzione generale le drammatiche implicazioni dell’istituzione dei gruppi di controllo randomizzati a placebo nei trial scientifici riguardanti patologie gravi, e lo fa con una sensibilità che non può non commuovere. E’ la storia d’amore di due gay newyorchesi, due artisti (uno pittore, Alexander, l’altro ballerino, Hector) belli e talentuosi, che scoprono all’alba degli anni ’90 di aver contratto una infezione da HIV. In preda al panico, decidono di arruolarsi in un trial clinico nel quale vengono testate l’efficacia e la sicurezza di un cocktail di farmaci antiretrovirali. Sin dalle prime settimane di somministrazione, Alexander viene colpito da gravi effetti collaterali ma la carica virale nel suo sangue si mantiene sotto ai livelli di guardia, mentre Hector rimane in ottima forma contrariamente alla carica virale nel suo sangue, che sale costantemente. Dopo qualche mese, l’apparente benessere di Hector lascia il posto ad un AIDS conclamato che lo porta alla morte dopo atroci sofferenze. Alexander, pur distrutto dal dolore, sopravvive. Siamo nel 1994. Alla conclusione dello studio clinico, confermata l’efficacia dei cocktail di farmaci antiretrovirali che rappresentano una svolta nel trattamento dell’infezione da HIV e da quel momento in poi vengono adottati come terapia di prima linea contro l’AIDS, Alexander capisce che Hector in realtà era stato assegnato al gruppo di controllo e che quindi gli era stato somministrato del placebo, lasciando via libera all’infezione. Sconvolto, il giovane pittore si reca dal medico che aveva coordinato lo studio clinico per urlargli in faccia la sua indignazione, e a poco servono le spiegazioni del ricercatore sulla struttura degli studi farmacologici. Un tema scottante, lungamente dibattuto nell’ambiente medico-scientifico e che Benioff rende vivo, doloroso, attuale e comprensibile al grande pubblico. Di solito, le antologie di racconti vendono significativamente meno dei romanzi. Se ci deve essere un’eccezione alla regola, che sia questa, per favore.

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