La bambina che amava Stephen King

La bambina che amava Stephen King
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Julie non si dà pace di fronte all’assenza della sua sorellina Emilie che, seduta nel suo letto davanti alla finestra, fatica a dormire e guarda nel vuoto qualcosa che solo lei sembra riuscire a vedere. Emilie è autistica: è facile che si immerga nel suo mondo lasciando fuori tutti gli altri, ma questo è un atteggiamento troppo diverso perfino per una come lei. Silenzio, c’è troppo silenzio. “Stamani mi è venuta voglia di mordere Elisabeth”, racconta Emilie mentre a Julie comincia a mancare l’aria nei polmoni. “(...) Che cosa mi succede? Sto diventando un mostro? Che cosa farò?”. Da quando Emilie ha avuto quel brutto incidente nel Maine, non è più la stessa persona: quell’estate era il sesto anno consecutivo che lei e Julie lasciavano Montréal per andare a passare le vacanze dalla zia Doris, a Madawaska. C’è così tanto spazio lì! Le case sono così distanziate l’una dall’altra che ci vuole una buona mezz’ora a piedi per andare a chiedere lo zucchero al vicino; il giardino della zia è grande come la metà di uno stadio e poi, tutt’intorno, ci sono campi sterminati di patate e di mais. Una volta arrivate, dopo un viaggio di sei ore a bordo di una vecchia Plymouth, le due ragazze avevano programmato una visita a Bangor, patria di Stephen King, l’autore adorato da Emilie, che ne aveva divorato quasi tutti i romanzi, dopo avere letto e riletto il suo preferito in assoluto, It. La gita era stata fissata per i giorni seguenti e anche la zia Doris vi avrebbe preso parte; solo che a Bangor non ci sarebbero mai arrivate. È domenica, e le due ragazze stanno facendo la loro solita passeggiata di ricognizione attraverso i campi di mais; le piantine non hanno ancora raggiunto il massimo dell’altezza. Emilie è in testa alla fila, silenziosa, e d’improvviso Julie la vede scomparire nella terra: il terreno cede, Emilie viene come inghiottita; le braccia spinte sopra la testa, i capelli alzati nel movimento. Passeranno ore prima che i soccorsi riescano a tirarla fuori da quel buco nero, umido e buio. Povera Emilie, chissà che paura. Lei ha sempre odiato il buio. Quanto tempo è rimasta effettivamente li sotto? Julie è stata sotto shock troppo a lungo per riuscire a quantificare il tempo, ma è certa che qualcosa di terribile è capitato a sua sorella: Emilie è pallida, la guancia sinistra è tutta sbucciata, l’occhio sinistro gonfio e storto. Le unghie sono scorticate: sua sorella le ha mangiate, in preda alla paura e alla tensione. E la sua mente non può non tornare all’estate di sei anni prima, quando, di fronte allo stesso campo di mais, Emilie si era improvvisamente fermata, asserendo di sentire una voce. Qualcuno ‒ o qualcosa – forse già allora la stava chiamando a sé?

Breve, godibile, dal buon ritmo e la giusta suspense: scritto dall’autrice canadese Claudine Dumont, al suo esordio in Italia, La bambina che amava Stephen King è uno di quei libri che si legge tranquillamente in un pomeriggio; pare quasi brutto abbandonarlo sul comodino prima di svelare il mistero che aleggia attorno alla momentanea sparizione di Emilie, in una sorta di discesa agli inferi e ritorno che la restituisce al mondo profondamente cambiata, ancora più diversa. Un terreno sconfinato, un buco sotto terra: viene quasi in mente quello organizzato e confortevole nel quale è stata attirata e uccisa la piccola Susie Salmon, protagonista del romanzo di Alice Sebold Amabili resti; ma ad attirare Emilie sotto terra non è stato un brutale maniaco e forse neanche qualcosa di necessariamente umano. È questo il grande interrogativo al quale Julie, sorella maggiore della malcapitata (protagonista pressoché assoluta della storia assieme a Emilie) sarà chiamata a rispondere: chi o che cosa, ha inghiottito sua sorella quel giorno? Cosa le è successo là sotto? Perché da allora Emilie è così profondamente stanca e assente, e a tratti mostra comportamenti che rasentano addirittura il cannibalismo? Le due sorelle hanno tra loro un rapporto viscerale – Julie è l'unica che possa godere talvolta del contatto fisico con la sorellina, cosa non scontata quando si ha a che fare con persone autistiche ‒ e alle spalle una famiglia assente, rappresentata da genitori separati (il padre minimizza sempre, la madre è così fragile che sembra sempre sul punto di piegarsi) che faticano ad accettare l’autismo della figlia più piccola a tal punto da non voler nemmeno pronunciare parole come “crisi”, sostituendole piuttosto con dei sinonimi. “Resistenza”, per esempio. Suona meno spaventoso. Ma spaventoso è l’incubo in cui è piombata Julie, l’unica in grado di farsi carico della sofferenza della sorella e aiutarla a guarire: a parte il famelico desiderio di cibo non convenzionale, Emilie smette di mangiare, avviandosi pian piano verso il baratro. Di Julie è anche la voce narrante del romanzo: asciutta, disperata, tesa, ansiogena. Fatta di frasi brevissime, spezzate. Come se le mancasse il respiro, in quella che diventa una vera e propria lotta contro il tempo. Vi starete (magari) chiedendo che ruolo abbia Stephen King in una storia il cui titolo fa chiaramente il verso ad uno dei suoi libri, La bambina che amava Tom Gordon, oltre ad essere nominato in qualità di idolo di una delle protagoniste. Diciamo che atmosfere rurali e coordinate geografiche strizzano decisamente l'occhio al famoso autore del Maine (che come ben sappiamo ha sempre scelto la sua affascinante e sconfinata terra natia come teatro delle sue storie), così come appare identico, tra King e la nostra autrice, l’approccio fatalista nei confronti del male: nel suo manifestarsi in modo illogico, ma anche nel suo sorprenderci subdolamente in luoghi tutt’altro che terribili o inquietanti, bensì in quelli che ci appaiono più rassicuranti.



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