La bambina che parlava alla luna

La bambina che parlava alla luna
Campagna toscana, 1944. Gente semplice lavora le terre del possidente di zona, Giulio Gervasi. È così che Antonio, figlio del colono Mauro, è diventato amico di Rosa Gervasi. Perché lei nasconde, aiutata da Mauro, una donna coi suoi bambini? Da che scappa? E perché Cosimo non torna? Questo si chiede la sorellina Maria, abbarbicata su un ulivo a pregare la luna. Il tempo di una preghiera e sono qui: radunano in piazza tutti quelli che non hanno avuto la prontezza di scappare. Poi in chiesa. Poi dentro scoppia la bomba. Dallo spavento, la piccola Maria precipita a terra, l’amichetto Angelo la vorrebbe aiutare ma è annichilito dal terrore: ha appena visto la madre morire bruciata. Poi Lucia, Alberto, la Bea incinta di 9 mesi, Mauro, giovani, vecchi, donne, bambini, nessuno scampa alle raffiche di mitra delle SS. Nemmeno Rosa. Ma come? Gervasi era sicuro di aver stretto un solido accordo coi gerarchi…
Come già osserva l’autrice, non serve aver vissuto la guerra per capire, scrivere o leggere di guerra. L’anagrafe non conta. Una nonna, una vecchia zia, un vicino di casa che ci ha raccontato l’occupazione, la Resistenza, i partigiani ci sarà pur stato. O che solo ci ha detto come ha fatto il mondo a sopravvivere. Perché quando pensi che si può crepare, a cinque anni, a un mese o ancora non nati, maciullati da un mitra, in un borgo sperduto, per mano di un soldato straniero che non può sapere nulla di te, ti chiedi come possa questa specie chiamata uomo essere ancora qui. Poteva essere l’ennesimo romanzo sulla resistenza, di quelli che alla fine costringono il lettore a schierarsi, questi partigiani erano buoni o no? Tutti i tedeschi erano cattivi? I fascisti erano brutti e sporchi? Invece qui, saggiamente, si è scelto di raccontare la vita e la morte, la vita oltre la morte, insomma le persone e non gli schieramenti. Quelli stanno scritti sui libri di storia. Preparate coscienza e fazzoletti.

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