La bambina dell’hotel Metropole

Ljudmila nasce in un hotel, per la precisione nell’hotel “Metropole”. È il quartier generale dei bolscevichi, la seconda casa dei soviet: ornato magnificamente ed elegantissimo, prima della rivoluzione era uno dei posti più alla moda e celebri dell’intera Russia. Ljudmila abita lì con la sua famiglia, un nucleo disomogeneo e molto particolare che consta di componenti tanto diversi tra loro quanto artisticamente interessanti. C’è il bisnonno Tato, per cui la bimba prova un affetto smodato e sempre vivo, che lavora come medico e che allo stesso tempo, essendo un bolscevico convinto, anzi convintissimo, cura ogni singolo richiedente che bussa alla sua porta. C’è il nonno Kolja, linguista di fama internazionale che studiò lì dove mosse i primi passi Roman Jakobson e che osò sfidare Stalin – apertamente, sì: quando il dittatore fece pubblicare un suo saggio di linguistica. E c’è la mamma, che aveva prima studiato la tanto cara e tanto amata letteratura e che poi è stata accettata all’accademia d’Arte drammatica. È una famiglia assai complessa e sfaccettata, quella di Ljudmila. Una famiglia in fermento, che non si staglia immobile nel solco dei propri conterranei ma che piuttosto, attraverso o la politica o l’arte, preferisce tirare dritto per la propria strada. È così che finiscono però per essere identificati come nemici del popolo. Nemici di un popolo devastato dalla guerra e dalla fame e dalla povertà. Ci troviamo a cavallo del secondo conflitto mondiale, le nazioni sono in un assetto battagliero continuo, e la gente, tra cui Ljudmila con i suoi, deve fare i conti con una quotidianità allucinata. Un’esistenza in cui vita e morte si tengono a braccetto…

Di Ljudmila Petruševskaja in Italia non si parla abbastanza. Sceneggiatrice, giornalista, drammaturga e romanziera, è internazionalmente riconosciuta come una delle autrici più interessanti e valide del panorama russo. Accostata a scrittori del calibro di Tolstoj e Ishiguro, il New York Times l’ha definita una delle migliori scrittrici russe viventi e ne La bambina dell’hotel Metropole si riesce a cogliere con estrema chiarezza la ragione per cui un titolo tanto importante le sia perfettamente consono. La narrazione della Petruševskaja è chiara, limpida e senza macchia, ma allo stesso tempo catapulta il lettore in un mondo che gli è paradossalmente lontano e vicinissimo. Merito di una scrittrice capace di tendere la propria mano e portarci attraverso le pagine e attraverso le righe e attraverso le parole in una realtà che possiamo toccare in prima persona. La moltitudine di personaggi che si avvicendano nella storia è colorata e vivacissima, lo sguardo tramite cui osserviamo uno dei periodi peggiori dell’umanità è disincantato ma allo stesso tempo in grado di restituirci i piccoli quadretti della vita giocosa di una ragazzina. Insomma La bambina dell’hotel Metropole non è solo un romanzo bellissimo e incredibilmente ben costruito. Non è solo l’autobiografia di una delle scrittrici dalla vita e dalla penna più interessanti della letteratura russa. È anche un’opera necessaria per capire un pezzo di storia del Secolo Breve. Da leggere.

 


 

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