La bambola di Kokoschka

La bambola di Kokoschka

Dresda, anni Quaranta del secolo scorso. Isaac Dresner gioca a palla con il suo migliore amico, Pearlman. All’improvviso quasi dal nulla irrompe un soldato tedesco che senza motivo apparente spara alla testa di Pearlman staccandogliela di netto. La testa rotola sul selciato fino ad andarsi quasi ad adagiare sullo stivale di Isaac che, sconvolto, osserva il tedesco puntare l’arma pronto a sparare una seconda volta. Il Mauser però si inceppa e Isaac ha giusto il tempo di riaversi dallo spavento, sentire il rumore tremendo della testa dell’amico scivolare dallo stivale e sbattere per terra, quando inizia a correre a perdifiato sulle sue gambe magre lasciandosi dietro la testa dell’amico; una testa che rimarrà sempre idealmente attaccata al piede destro di Isaac “attraverso quella catena di ferro che lega le persone le une alle altre” e di cui sentirà sempre il peso. È da quel giorno che inizia a zoppicare e continuerà a farlo per il resto della sua vita. Nella sua folle corsa verso la salvezza, Isaac si imbatte nel negozio di uccelli di Bonifaz Vogel; proprio il posto dove anni addietro il padre aveva costruito uno scantinato sottoterra. E così, senza pensarci due volte, il ragazzo apre la botola senza che Vogel se ne accorga e si cala nell’oscurità. Da quel giorno un piccolo e invisibile ebreo rimane a vivere in uno scantinato manifestandosi solo attraverso una voce, mentre Bonifaz – pensando che quella voce sia unicamente nella propria testa – ascolta ogni giorno rapito le parole di Isaac che gli chiede cibo e acqua, ma che gli racconta anche storie bellissime e gli recita la Torah...

Scrittore, illustratore, cineasta e musicista: dalla personalità poliedrica di Alfonzo Cruz non poteva che uscire un romanzo imprevedibile, meraviglioso e spiazzante come questo, che nel 2012 ha vinto il Premio dell’Unione Europea per la letteratura ed anche il Premio Babel grazie alla traduzione di Marta Silvetti. Un romanzo che è un insieme, intricato ma affascinante, di tante piccole scatole cinesi: nella storia narrata da Alfonso Cruz si intrecciano infatti le vite di Bonifaz ‒ il bislacco proprietario del negozio di uccelli ‒ di Isaac, che nascondendosi nello scantinato del negozio si salva da morte certa, e di Tsilia, la pittrice dal vestito verde e consumato che entra nelle vite dei due in punta di piedi, spuntata dal nulla, “come l’ombra di un uccello che si posa sul tavolo”. Ma nelle loro vite irrompe anche la figura enigmatica di Mathias Popa, un autore frustrato e totalmente ignorato da pubblico e critica che farà conoscere a Isaac La bambola di Kokoschka e che gli racconterà la storia del pittore Oskar Kokoschka e del fantoccio di stoffa incredibilmente somigliante all’amante Alma Mahler. Un unico punto di partenza, Dresda, sconvolta dai bombardamenti; storie nelle storie; personaggi potentemente caratterizzati, ognuno col proprio dolore (come quello di Isaac che continuerà fino alla fine dei suoi giorni a sentire sul piede il peso della testa dell’amico, o come quello di Popa che avrebbe voluto far successo come musicista), ognuno con la propria gabbia dentro se stesso, rintanato in un angolo “cercando di evitare di guardare verso quella porta aperta” perché la libertà è una delle porte più temibili. Quando finalmente troviamo il coraggio di attraversarla ci scopriamo spaventati perché alla fine quando il mondo si rivela per quello che è “diventa un luogo difficile da sopportare, troppo grande per la gabbia in cui viviamo”. E come la bambola di Kokoschka ha bisogno di essere vista dagli altri per esistere (“una persona non esiste solo perché ha un corpo. Le serve una vita sociale. Le serve la parola, l’anima”), così questi splendidi personaggi hanno bisogno del potere creativo della parola, della sintassi che Alfonso Cruz combina passando abilmente da un piano narrativo all’altro con un uso sorprendente di immagini e metafore. Proprio come nella storia del rabbino che, chiedendo al mendicante analfabeta come sia possibile che Dio esaudisca sempre le sue preghiere, apprende che l’uomo recita semplicemente tutte le lettere dell’alfabeto chiedendo a Dio di combinarle nel miglior modo possibile. Ecco, Cruz è sicuramente riuscito in questo intento: le sue parole, le sue frasi ‒ che a tratti sembrano musica o addirittura materializzarsi in immagini ‒ le vicende dei singoli personaggi che da apparenti linee rette tendono alla fine a chiudersi in un cerchio, ci insegnano che è vero che “non esiste menzogna nella letteratura, nella finzione... e non esiste verità nella vita reale”. Noi però dalla letteratura possiamo imparare, con essa possiamo emozionarci e trovare una chiave di lettura per interpretare un mondo che ci ostiniamo a vedere attraverso il vetro di un acquario, incapaci di comprendere invece che la “la verità ha molte prospettive”.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER