La banalità del male

La banalità del male
L’11 aprile del 1961 si apre a Gerusalemme il processo contro Adolf Eichmann, ex-ufficiale delle SS catturato alcuni mesi prima in Argentina, dove viveva sotto false generalità. Sul suo capo pendono ben quindici capi d’imputazione, relativi a crimini di guerra perpetrati in massima parte contro gli ebrei. Ma soprattutto Eichmann è stato additato, dalla maggior parte dei gerarchi nazisti processati a Norimberga, di essere il responsabile principale della “soluzione finale”. Tuttavia l'uomo si dichiara innocente e non perseguibile dalla giustizia israeliana, in quanto esecutore di ordini impartiti dalle autorità militari del proprio paese. Ben lungi dal mostrare le sembianze di un efferato carnefice, egli appare - nel corso del dibattimento - un incolore funzionario di regime, capace di mettere in esecuzione ordini senza provare rimorsi e senza porsi scrupoli di ordine morale. Il processo vede la presenza di giornalisti provenienti da ogni parte del mondo. Tra di essi, inviata per conto della testata statunitense New Yorker, Hannah Arendt ascolta la deposizione di quell’uomo apparentemente normale e ha modo di scoprire quanto possa essere tragica e paradossale la banalità del male…
Ebrea tedesca riparata negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni naziste, filosofa e allieva di Martin Heidegger - al quale fu legata anche da una relazione sentimentale - Hannah Arendt non appare in questo reportage giornalistico mossa da alcun livore né da un desiderio di vendetta. Al contrario individua le irregolarità dell’impianto processuale messo in atto dalle autorità israeliane, non ultima la composizione della Corte giudicante che prevede unicamente membri appartenenti al popolo ebraico. Ciò che le preme è di riuscire ad individuare la natura umana di coloro che, pur adempiendo ad ordini militari, hanno perpetrato crimini di tale orrenda efferatezza. Per questa ragione sceglie di scavare dentro alla vicenda umana di Adolf Eichmann cercando di scoprire dove si annida il male, alla ricerca tuttavia di un spiegazione introvabile. Perché il male, comunque, non si spiega, bensì si compie, accade. Ed è banale non solo a causa della mediocrità morale di chi lo esegue, ma anche per la colpevole indifferenza di coloro che vi assistono.

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