La banda del formaggio

“Ma quelli che scrivono sopra i giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate? Perché a leggerli sembra di no. Han sempre un tono che anche quando scrivono «Sembra che sia successa la tal cosa», tu diresti che sono sicuri al cento per cento che quella cosa lì che sembra che sia successa è successa davvero. Come se non ci pensassero, che magari non è successa e stan facendo dei danni, come se non ci pensassero”. Ermanno Baistrocchi sa quali danni possono fare le cose che scrivono i giornali, da quando il suo amico e socio Paride Spaggiari si è suicidato a causa uno scandalo riportato ampiamente sulla stampa. Ermanno è un editore, il figlio del fondatore delle edizioni Barbarini. Originario di Parma, vive a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Uomo solitario, un po’ misantropo, con tante piccole manie, Ermanno ama le parole stampate, avendo passato mezza vita ad andare in giro a “far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici”. Ci sono poche persone importanti nella sua vita: tra queste la figlia Daguntaj (soprannome che in dialetto emiliano significa “dacci un taglio”) e Paride appunto, detto Zioboja. L'amicizia tra i due è sbocciata anni prima quando Paride, libraio, ha invitato Ermanno a parlare nella sua libreria (“Zioboja, Baistrocchi, lei ci fa un onore che, zioboja, non ce lo dimentichiamo”) e da lì ha iniziato a chiamarlo al telefono una volta ogni quindici giorni e a raccontargli cose, ed “erano telefonate bellissime” e i suoi discorsi erano “dei valzer”. Quando Ermanno ha la possibilità di comprare alcune librerie, è Paride che - avendo a disposizione una certa liquidità - si offre di metter su una società. Fino al giorno in cui scoppia lo scandalo: si dice che i soldi di Paride non siano del tutto puliti, e che risalgano alla famosa banda del formaggio, della quale suo nonno aveva fatto parte...
È forse superfluo dire che scrivere una recensione sull’ultimo libro di Paolo Nori non è affatto facile. Bisogna resistere alla tentazione di copiare interi paragrafi e dire a tutti: ma non vedete quanto è bravo? Bisogna resistere anche all’impulso di scriverla copiando il suo stile, il suo tratto distintivo - l’anacoluto - che rende tutti i suoi romanzi così vicini alla lingua parlata o al flusso di coscienza e quindi anche così vicini a noi. Paolo Nori lascia da parte (forse solo per ora) Learco Ferrari ( scrittore protagonista di vari romanzi, tra cui solo per citarne alcuni a beneficio di chi non avesse ancora avuto il piacere di leggerli, Bassotuba non c’è, Si chiama Francesca questo romanzo, Le cose non sono le cose) per presentarci Ermanno Baistrocchi, un solitario con piccole stravaganze tutte sue, uno “fatto di cose concrete”, un burbero che però immediatamente ci è simpatico, così come ci è simpatica la sua visione del mondo che distrugge i luoghi comuni, le frasi fatte, le ipocrisie nascoste dietro la facciata. Baistrocchi ci parla di piccole cose come i tragitti in bicicletta per le vie di Casalecchio, l’affettatrice in cucina, il genero insulso, e scavando in profondità - ma sempre con una leggerezza e naturalità invidiabili - arriva a parlarci dell’amicizia, del senso della letteratura e della vita. Parole grosse – direte voi: sì, ma Nori non ce le fa pesare, non è mai saccente, e attraverso piccoli tasselli, piccole scene di vita quotidiana - farcite qua e là da citazioni ad hoc dei suoi “poeti della Guyana belga - mette insieme un romanzo bellissimo, davvero.

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