La banda Sacco

La banda Sacco
Raffadali, piccolo borgo in provincia di Agrigento, seconda metà dell’800. Luigi Sacco è uno dei tanti braccianti stagionali che per guadagnare un tozzo di pane e poter anche solo sognare di sposare la sua innamorata ogni mattina all’alba, nel posto stabilito, aspetta che qualche “camperi” lo scelga per lavorare nelle campagne. Ha poche ricchezze Luigi, “la gioventù, dù vrazza forti e ‘na gran gana di travagliare”. Per queste grandi doti un giorno un vecchio innestatore di alberi di pistacchio gli chiede di fargli da assistente e ben presto il giovane diventa abilissimo nella delicata e difficile arte d’innestare questa pianta capricciosa dai frutti preziosi. Lavora anche per un farmacista che gli chiede di… acchiappare mosche per lui. Già, mosche particolari del sambuco, utili in farmacopea per estrarre una polverina “magica” che ridona vigore mascolino. Luigi si dimostra abile anche in questa attività e così, pian piano, mette da parte un gruzzoletto per comprare qualche salma di terreno e sposare la sua Antonina. Riceve la benedizione di cinque figli maschi e una femmina, tutti onesti e lavoratori come il loro padre. Tornati dalla Grande Guerra, riescono ad aumentare il patrimonio familiare impegnandosi in redditizie nuove attività. La loro condizione agiata non passa però inosservata alla mafia, che esige un prezzo per mantenere lo status quo e non creare problemi. Ma Luigi è un uomo perbene che crede nella Legge e fa quello che nessuno ha mai fatto: denuncia le lettere minatorie. Una, due, tre volte. Le forze dell’ordine però non sono in grado di proteggere le persone oneste, troppe le connivenze, misteriosa e potente l’anima nera che nell’ombra muove fila oscure. La vendetta non si fa attendere. Luigi muore strangolato, i fratelli Sacco saranno accusati di reati mai commessi, conosceranno il carcere, la latitanza, ma anche l’ammirazione e – per quanto possibile – la protezione della gente di Raffadali (e in certo modo anche quelle dei carabinieri). Con l’avvento del Fascismo, in Sicilia arriva Mori, il cosiddetto prefetto di ferro, per spazzare via la mafia. Ma i suoi pieni poteri significano soprattutto minacce e torture per estorcere confessioni e risultati da mostrare. Anche contro chi la mafia, a suo modo, l’ha sempre combattuta. Il 15 ottobre 1926, con l’inganno, i fratelli Sacco - divenuti per propaganda i briganti della banda Sacco – vengono catturati e imprigionati (anche perché ancora una volta scelgono di non sparare contro innocenti e carabinieri). La loro colpa, in quel momento storico, è essere socialisti, come il loro padre. In carcere conosceranno antifascisti e intellettuali come Umberto Terracini e Antonio Gramsci e ne diverranno amici. Usciranno dal carcere solo nel 1960 per la grazie concessa da presidente Segni …
Nuovo romanzo storico per Andrea Camilleri, stavolta non ricamato come una ragnatela (secondo una sua stessa definizione) intorno ad una piccola e sperduta notizia storica scovata in qualche cronaca sconosciuta ai più. Si tratta invece di una storia politica e giudiziaria autentica dal sapore sciasciano – come l’autore stesso ammette – ricostruita attraverso documenti ufficiali, atti del processo e scritti personali dell’unico Sacco che aveva studiato, Alfonso, autore di un Memoriale. Racconta Camilleri che Giovanni (alla cui memoria il libro è dedicato), perito tecnico del comune di Porto Empedocle, figlio di Girolamo Sacco, un giorno lo andò a trovare, gli portò tutto il materiale e gli chiese di raccontare della sua famiglia. Ne viene fuori un vero e proprio romanzo di denuncia, una storia vera di gente perbene, della Sicilia perbene, di persone oneste e coraggiose, straordinarie nella loro coerenza, che le porta a sfidare e combattere la mafia agrigentina senza ottenere mai la protezione dello Stato, che tuttavia continuano a rispettare. Una vicenda che merita di essere conosciuta, un debito della Storia nei confronti di questa famiglia che va pagato leggendo questo romanzo. Eppure non è soltanto questo. La storia dei Sacco è anche tremendamente moderna e serve a denunciare – ancora una volta, sì, perché non è mai abbastanza! – la latitanza di uno Stato incapace di proteggere la sua gente onesta, uno Stato che si lascia mettere spalle al muro dalla prepotenza e dalla violenza. Serve a denunciare anche i modi subdoli della mafia, che dove non riesce con la forza, ottiene – laddove è lasciata libera di muoversi – di sconvolgere la vita di chi le si oppone fino a metterlo ai margini (della legge e della latitanza, nel caso della “banda” Sacco). E ancora. È una storia che fa luce, se ce ne fosse bisogno, su una delle tante menzogne del Fascismo, e che racconta come Cesare Mori, inviato da Mussolini a debellare la mafia, in realtà non toccò mai i “pezzi grossi” e fu ben presto richiamato a Roma; tramontato il Ventennio la mafia tornò infatti più forte di prima. Dice Camilleri:” Mori rimane una persona equivoca di cui non si sono mai riuscite a capire le vere finalità”. E poi c’è la Sicilia rurale, pietrosa, contraddittoria, dura e generosa, caldissima e appassionata, selvaggia e bellissima, la Sicilia che Andrea Camilleri sa descrivere sempre con la delicatezza di un innamorato. A conclusione l’autore ha corredato la narrazione con quindici note che ricostruiscono particolari di ogni capitolo. In origine seguivano ognuno il capitolo relativo, ma poi la compianta Elvira Sellerio suggerì la disposizione definitiva che rende più scorrevole e godibile il racconto. E in effetti questa è una vicenda umanissima che si legge con lo stesso piacere che prova chi ascolta un cantastorie; il valore aggiunto è dato dal pensiero che  a Raffadali qualcuno ha sorriso quando è uscito il libro, riconoscendovi le storie di paese che ancora si tramandano, storie di compaesani perbene che fecero dell’onestà e della coerenza eroismo silenzioso.

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