La bella burocrate

La bella burocrate
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Josephine Newbury e Joseph Jones hanno lasciato l’hinterland per trasferirsi in città, in cerca di lavoro e di un guadagno che consenta loro di vivere dignitosamente, di costruire un progetto di vita insieme e magari, di avere un figlio. In un contesto urbano grigio e indistinto, la coppia vive in subaffitto, nella precarietà che la condizione economica instabile ha riservato loro. Dopo diciannove mesi senza un lavoro, finalmente, Josephine riesce ad avere un colloquio per una posizione amministrativa. Come da istruzioni, la donna raggiunge l’indirizzo al quale presentarsi: una grande struttura di cemento senza finestre, con muri interrotti da spesse porte metalliche. Dentro l’edificio, lunghi corridoi e il suono angosciante del ticchettio sulle tastiere, come il rumore di milioni di scarafaggi striscianti. Il colloquio di lavoro viene condotto da un uomo la cui faccia non risulta apprezzabile. Porta occhiali scuri e riflettenti poggiati su un volto dalla pelle della stessa tonalità di grigio della parete. Non pronuncia il suo nome e da allora, per Josephine, quell’individuo è semplicemente l’uomo dall’alito cattivo. È sempre lui che dopo averle rivolto poche e inopportune domande, le dà istruzioni su come inserire nel data base elettronico i numeri riportati nelle righe iniziali di oscuri moduli cartacei. Pile su pile di grigi moduli giacciono sulla scrivania metallica della sua stanza, in attesa di essere aperti e lavorati. Pratiche insulse che riempiono di vuoto la giornata lavorativa di Josephine, vissuta nel più frustrante anonimato e nell’avvilente certezza di non potere fare a meno di quel lavoro, di cui ignora il senso. E come se non bastasse, il nido, la casa in subaffitto non è più loro. Sfrattati, Josephine e Joseph ripiegano su un monolocale con vista ravvicinata sulla sopraelevata della metro e grigio di fuliggine. Una sera, tornata a casa dal lavoro, Josephine non trova il marito. Joseph scompare e ricompare di continuo, giustificando le sue assenze con ragioni di lavoro, anche lui è un burocrate. Nei giorni infiniti spesi a inserire numeri astrusi nel database, cercando di umanizzare il suo lavoro e di dare un volto a quei dati, la donna intercetta una possibile spiegazione per quelle serie di numeri e lettere. Sono nomi e date, date di morte, ma di eventi che dovranno accadere…

È un romanzo surreale che sposa insieme le note del thriller e i tratti tipici del romanzo distopico, gioca con le parole, ridotte a suoni decontestualizzati e privati di senso, e i simboli della tradizione cristiana. Descrive un panorama esistenziale claustrofobico, in cui uffici come prigioni intrappolano le vite di burocrati schiacciati da noiose e insignificanti procedure, codici e dati fagocitano la vista e i giorni, e l’uomo è asservito alla tecnologia. Nello sfondo, una città inospitale, l’infinita solitudine dell’essere, la frustrazione e infine, come nel vaso di Pandora, l’ostinata speranza di affrontare ogni difficoltà in vista di un bene superiore, di un sogno da realizzare, di un progetto da costruire, fosse anche semplicemente, una famiglia. È nata in Colorado e vive a Brooklyn Helen Phillips, la novella Kafka, scrittrice affermata, vincitrice di numerosi premi, tra i quali l’Italo Calvino Prize in Fabulist Fiction. La bella burocrate, edito da Henry Holt nel 2015 e pubblicato in Italia nel 2017, è anche un progetto grafico originale: il rosso della copertina richiama gli occhi iniettati di sangue della protagonista dopo otto ore davanti al database e i grattacieli sono moduli sovrapposti. Il formato del volume, caratterizzato da un taglio inclinato, è una dichiarazione di volersi posizionare in modo trasversale nel panorama editoriale, la volontà di affermare la propria diversità.



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