La bella di Buenos Aires

La bella di Buenos Aires
1997, Barcellona. Poco lavoro ultimamente per Carvalho, poco al punto che il suo fedele aiutante Biscuter si è inventato delle novità: comprare un fax e creare una specie di slogan, “Carvalho & Biscuter. Detective associati. Nuove tecniche criminaliste. Fax: 2236728”. Un primo foglio arriva appena qualche ora dopo l'accensione dell'apparecchio e lo manda Dorotea Samuelson,  sessantatreenne sudamericana che adesso insegna antropologia in Spagna. Dice che verso la fine degli anni Settanta in Argentina, una certa Helga Singer era finalista del concorso per trovare la sosia bonaerense di Sylvia Kristel, l'attrice dei film su Emmanuelle. Dorotea sa che la Singer si è poi trasferita a Barcellona e ha bisogno di vederla, deve assolutamente incontrarla, ma quando Carvalho e Biscuter le chiedono perché o per chi, lei rifiuta di rispondere. Comunque i due la rintracciano e anche piuttosto in fretta: peccato sia morta. Pugnalata, bastonata e lasciata morire sul sudicio pavimento della metropolitana della città catalana, la ragazza che poteva essere Emmanuelle conosceva il tango e sapeva cantare, ma non era più la bellezza di un tempo. La chiamavano La Palita, era una vagabonda, stava con un certo Cayetano e si prostituiva per poco nelle strade del Barrio Chino. A prima vista il suo assassinio sembrerebbe un regolamento di conti tra gli ultimi della società, ma qualcosa non quadra: la Singer ha lasciato troppo in fretta l'Argentina negli anni della dittatura e nei primi Ottanta diceva di aspettare un figlio, anche se poi nessuno ha mai visto un bambino con lei...
Apparsa per la sua prima volta a puntate sul quotidiano El País nel 1997 con il titolo La muchacha que pudo ser Emmanuelle e le illustrazioni di Fernando Vicente, la storia de La bella di Buenos Aires arriva in Italia nella traduzione di Hado Lyria a dieci anni dalla morte di Montalbán. Oltre a raccontare la vicenda di Helga Singer, La Bella di Buenos Aires contiene anche alcune anticipazioni sul viaggio di Carvalho in Argentina alla ricerca di suo cugino Raul e può quindi essere considerata come il prologo de Il quintetto di Buenos Aires, romanzo dello stesso autore pubblicato sempre nel 1997. La vita di Helga inoltre, prima ancora di essere un appuntamento sul giornale spagnolo, era stata pensata sotto forma di sceneggiatura per una puntata della serie-tv argentina sull'investigatore privato. Anche altri piccoli segnali suggeriscono che i fatti contenuti ne La bella di Buenos Aires inizialmente non sono stati concepiti per un romanzo: alcuni personaggi, ad esempio, fisicamente sono appena abbozzati, come se per capirli dovessimo guardarli (magari su uno schermo o nelle illustrazioni di Vicente); a volte i dialoghi si succedono troppo in fretta e mancano quei riferimenti che permettono di capire chi ha detto una frase e chi un'altra e i ventotto capitoletti hanno sempre la stessa lunghezza, come in un'operazione piuttosto artificiale. Tuttavia, La bella di Buenos Aires sa farsi apprezzare: soprattutto da chi conosce già il Carvalho che brucia i libri, ama la buona cucina (qui la ricetta dell'agnello alla Linguadoca) e pronuncia frasi spiazzanti come «i libri non insegnano a vivere. Ti aiutano solo a mascherarti». Forse, però, non è l'opera più adatta a chi non ha mai letto nulla di Montalbán e sta decidendo da quale volume iniziare. 

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