La Bestia!

La Bestia!

Lontana dalla Capitale c’è la Città. Ha una grande, spessa cinta muraria quadrata e due sole porte, chiuse da almeno una generazione. Vi arriva un giovane forestiero da sud (Porta Ferina). Lo prendono come una bestia, l’infame capo-sentinella Eustazio lo rinchiude nelle segrete, in una cella stretta e scura. Tre giorni su una branda senza materasso, con una ciotola per il cibo, un tazzone per l’acqua e il bugliolo; poi arriva Argiro, il Capo, figlio di Giovinazzo. Gli chiede chi è e cosa vuole, lui risponde con uno strano linguaggio. La cosa va avanti per giorni, il Capo intuisce e pesca nella memoria, il forestiero ricorda quando un anno prima era Sole e incontrò Luna, prima che lei scomparisse con il loro figlio. Ora è Guisanda, figlia del Capo, ad aiutarlo a capire e a difendersi; s’intendono e forse inizia un’altra storia…

La geografia e il tempo, i luoghi e gli anni sono poco importanti in una narrazione “medievale” (perlopiù in prima persona varia) piena di allegorie, dedicata alla specie umana sapiente come macchina (e istinto) di sopravvivenza. La favola edificante e la semplice apologia riguardano l’accoglienza di e la comunicazione con “gli altri”, in una società feroce che costruisce o inventa sempre nuovi nemici affinché suscitino paura e ripugnanza. Sono tredici capitoli, quattro per il forestiero, tre per il capo, due o uno a spirale sugli altri personaggi, con un massimario finale di citazioni letterarie e filosofiche, da Cicerone e Platone, da Goethe a Borges, da Martin Luther King a Franco Cassano. Complicati e discutibili appaiono i registri linguistici: vogliono dire troppo e si fanno capire con fatica. La musica stenta, il cibo latita. 



 

 

 

 
 
 
 

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