La bestia dentro di noi

La bestia dentro di noi
Siamo afflitti dalle immagini mediatiche di ragazzi americani che vanno a scuola armati fino ai denti e fanno strage di compagni e professori; di kamikaze disposti a sacrificare la propria vita in nome di fanatismi incomprensibili e cruenti; di persone che tutto il vicinato conosce come affabili e perbene le quali, di punto in bianco, uccidono intere famiglie e magari infieriscono sui cadaveri. Come se non bastasse, il cinema e la letteratura (ma, ancora una volta, anche la miriade di serie televisive) ci presentano i profili criminali di assassini seriali dall’inimmaginabile truculenza e dalle più inesplicabili perversioni. Si finisce così per credere alla “lezione standard”, secondo la quale certi individui sono naturalmente portati alla “mostruosità”. Teoria che ha un presupposto: alcuni uomini hanno un “lato oscuro”, una “bestia interiore” pronta a venir fuori all’improvviso e nel peggiore dei modi. Ma è veramente questo che mostrano le ricerche scientifiche sull’argomento? Esiste un’essenza malvagia naturale, congenita e inestirpabile in alcuni uomini? O non è questo un modo semplicistico - e sbagliato - per utilizzare certe tragedie a scopo sensazionalistico o politico?
Adriano Zamperini, docente di Psicologia all’Università di Padova, spiega - al termine di una brillante analisi dei dati scientifici a disposizione, comprese le testimonianze personali e collettive di chi per mestiere è costretto ad avere a che fare con la brutalità, come i militari in missione - che l’aggressività non esiste, se intesa come una specie di bomba a orologeria pronta ad esplodere. Alla parola “aggressività”, statica e fuorviante, preferisce “violenza”, più immediatamente riconducibile all’evento (anziché a una pretesa sostanza), grazie al quale è possibile inquadrare l’espressione della rabbia nel più complesso e realistico insieme delle relazioni della persona con gli altri e con l’intera società. Senza rimuovere con ciò né la responsabilità né la moralità, ma anzi potenziandole nell’affermare che il male compiuto non è qualcosa di ascrivibile a qualche “pezzo difettoso” del nostro organismo. Bisognerebbe prendere «consapevolezza di quanto sia mutevole e variabile quell’aggressività che ancora oggi, sbagliando, molti considerano inevitabilmente e permanentemente fissata da qualche parte dentro di noi». Un libro straordinariamente lucido e attuale, indispensabile nell’odierno dibattito sulla natura dell’uomo.

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