La Bibbia

La Bibbia - Oratorio
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XVI secolo. Nella casa del sindaco di una città olandese protestante assediata dall’esercito cattolico si sta svolgendo una drammatica riunione familiare. Il sindaco e suo figlio sono appena tornati – attraversando strade deserte e silenziose, immerse in un’afa opprimente – dai bastioni delle mura, dove tutti gli uomini validi sono accorsi per cercare di impedire ai nemici di entrare in città. Hanno trovato il nonno che leggeva la Bibbia alla nipote (per loro rispettivamente figlia e sorella) terrorizzata e l’hanno spaventata ancor di più con i loro racconti. Le difese “sono logore, perforate come un setaccio”, “la fame è nella città”, “le persone sono spente, riescono appena a stare in piedi” e per le tre di quel giorno è previsto l’assalto finale dei cattolico-ispanici. La città sta inesorabilmente per cadere, la morte incombe. Ma il comandante dei nemici ha fatto sapere che se tutti gli abitanti si convertono al cattolicesimo e se la figlia del sindaco gli viene messa a disposizione per una notte, gli invasori saranno clementi. La famiglia ora deve decidere il da farsi… Un uomo entra barcollando nella sua povera casa, inseguito da schiamazzi, minacce e sassi. La moglie lo accoglie prendendolo a male parole, lo rimprovera per la sua ubriachezza, si vergogna di lui perché a causa sua la gente la evita “come una che ha la lebbra” ed è proprio lui la sua lebbra. Anche sua madre ha da recriminare: il suo grembo è stato maledetto a causa dei peccati del figlio. Che si penta, perché ha corso “nell’inferno come in un parco giochi”, che chini la testa e nessuno lo perseguiterà più. L’uomo congeda tutti bruscamente e rimane solo. Ragionando a voce alta, sancisce il suo distacco anche da Dio, che “dorme in un cielo spaventoso e ci sogna”. Ma Dio, cantando “in modo cupo, lento e dolce”, risponde…

Via del Vento pubblica in un delizioso libriccino da non perdere due brevi atti unici finora inediti in Italia, entrambi opere giovanili del commediografo e poeta bavarese. La Bibbia è in particolare il primo testo teatrale in assoluto scritto da Brecht e fu pubblicato nel gennaio 1914 su “Die Ernte”, la rivista studentesca del liceo frequentato dallo scrittore, il Realgymnasium di Augusta. È una favola cupissima ambientata durante la Guerra degli Ottant’anni nei Paesi Bassi occupati dal Regno di Spagna e ispirata – come fa acutamente notare Vincenzo Ruggiero Perrino nella sua postfazione – alla tragedia Giuditta di Friedrich Hebbel, che racconta di una giovinetta ebrea che si concede al generale assiro Oloferne in circostanze simili a quelle dell’opera di Brecht e poi lo uccide nel sonno. Più cerebrale l’approccio del secondo atto unico, Oratorio, che mutuando il titolo dagli stilemi della musica classica e sacra – e pare appunto che Brecht lo avesse pensato per essere musicato, almeno secondo la testimonianza di Armin Kroder, suo compagno di scuola – racconta il tormentato rapporto tra un uomo (o meglio l’uomo in generale) e Dio. Nichilismo, gnosticismo, espressionismo da oltre un secolo affascinano i liceali di tutto il mondo e il giovane Bertolt non faceva eccezione: fosse vissuto oggi, probabilmente questo sarebbe stato il testo di una suite doom metal o di un concept album punk. Invece Brecht tenne Oratorio nel cassetto per tutta la vita: il manoscritto era vergato su un opuscoletto e pieno di annotazioni e correzioni a matita, non si sa nemmeno se fosse completo o solo un frammento incompiuto. Quello che è certo è che si tratta di una tappa importante nella formazione letteraria e filosofica di Brecht e che posare lo sguardo sull’arte veemente e acerba di uno dei maggiori intellettuali europei del ‘900 è una opportunità preziosa.



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