La bomba e l’onda

Per l'uomo della strada Giappone fa rima con sushi, samurai e cartoni animati con i robottoni. Qualcuno si spinge più avanti e parla di manga, altri citano il disastro nucleare di Fukushima. Molti maschietti canticchiano la sigla di Holly e Benji e alcune ragazze quella di Lady Oscar. Da qualunque parte lo si guardi, il Sol Levante resta legato ai suoi “cartoni animati”. Anche in Italia, Paese non certo sul podio quando si parla di sdoganare culture diverse dalla propria, almeno un paio di generazioni hanno potuto ridere e piangere con l'animazione nipponica, si tratti di anime o film veri e propri. Ma anche se opere come Sampei o Mimi e la nazionale di pallavolo, così come i capolavori di Hayao Miyazaki, siano entrate nell'immaginario collettivo, la cultura in fatto di animazione nipponica si ferma qui. Tutti sanno qualcosa, in pochissimi sanno qualcosa di più. Questo saggio arriva lì dove non arrivano gli italiani…
Ci sono alcuni libri di cui ti innamori ancora prima di iniziare a leggerli. E La bomba e l’onda è tra questi. Vuoi per l'illustrazione in copertina, per il titolo allo stesso tempo così tragico e musicale o per l'impaginazione lineare quanto piacevole e curata. Il volume di Andrea Fontana, insomma, ben dispone il lettore, sin da una primissima occhiata. L'autore non prende in esame l'intero arco storico della produzione animata giapponese, ma decide di aprire la sua parentesi all'indomani delle atomiche di Hiroshima e Nagasaki (la bomba) e dello tsunami che nel 2011 ha travolto il Giappone nel 2011 (l'onda): uno dei motivi è da ricercarsi nell'aumento esponenziale dei film d'animazione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (e, quasi una conseguenza, della loro capacità di farsi opera, corpus, movimento) e l'altro è nel desiderio di tracciare un percorso parallelo tra la storia del Giappone contemporaneo e il cinema d'animazione. L'autore parla infatti di “interconnessione fra contingenza reale e produzione delle immagini”, sottolineando lo stretto legame che intrattengono finzione (animata in questo caso) e realtà, capaci di influenzarsi l'un l'altra senza soluzione di continuità. L'impostazione del volume è chiaramente di matrice storica: Andrea Fontana procede in ordine (quasi) cronologico, analizzando registi (e mangaka), correnti e movimenti cinematografici nell'ordine in cui ce li ha consegnati la storia, evitando di lavorare per generi o temi. Certo che quando si concede il “lusso” di guardare trasversalmente il cinema d'animazione nipponico e non solo linearmente, come nel caso del capitolo “Donne all'ombra della crisi: da Ranma a Nana, passando per Sailor Moon”, offre diversi spunti interessanti. Come ogni libro dall'approccio storico che si rispetti (e attenzione, questo non significa che l'analisi filmica sia completamente assente nel volume), l'autore sul finale non può esimersi dall'immaginarsi il futuro dell'animazione nipponica, proiettandosi in avanti, alla ricerca di qualche regista che possa sostituire nel cuore degli appassionati il mai troppo compianto Satoshi Kon.

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